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Viaggio in Turchia: i gatti di Istanbul

Di Redazione11 Settembre 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Migliaia di felini protetti nella capitale turca. E non è solo una questione religiosa

Viaggio in Turchia: i gatti di Istanbul
I gatti di Istanbul

Il nostro primo incontro con un gatto turco avviene a Urgup, in Cappadocia. Mia figlia cerca di avvicinarsi per fotografarlo evitando di farlo scappare. “Cosa ti importa del gatto? Guardati intorno”. Intorno è un meraviglioso, suggestivo paesaggio fatto di fantastiche formazioni geologiche nelle cui aperture in passato hanno trovato rifugio antichi eremiti.

Bellissimo. Ma anche gli altri turisti sembrano interessati al gatto, che se ne sta tranquillo su uno sperone di roccia quasi si sia messo in posa per essere fotografato. Si alza solo quando la comitiva riparte sul pullman. Fa un giretto, poi torna al suo posto forse in attesa di altre comitive e di altri scatti fotografici.

Mia figlia vuole carezzarlo. “Lascialo stare! E’ un randagio! Magari è malato!” In realtà non sembra malato, anzi ben pasciuto e lucido di pelo. “No! Ha un padrone che lo cura! Guarda! Non ha paura!” L’ultimo ricordo che portiamo con noi in partenza da Urgup è quello di un gatto che fa le fusa mentre mia figlia lo solletica sul collo.

La mattina seguente all’aeroporto di Istanbul traversiamo una sala completamente vuota. Sui sedili solo due grossi gatti accovacciati che non si spostano nemmeno all’avvicinarsi degli addetti alle pulizie “La Turchia deve essere il Paradiso dei gatti” pensiamo.

Il nostro albergo è sul viale centrale pedonalizzato a un centinaio di metri da piazza Taksim, una zona moderna di bei negozi e la sera tanta gente a passeggio. Non possiamo non notare che i gatti sono tanti, acciambellati sulle panchine del viale o davanti agli ingressi degli hotel, ma anche all’interno dei negozi, magari a curiosare fra i capi di abbigliamento. Non infastidiscono nessuno e non sono infastiditi da nessuno.

Sulla soglia dei ristoranti i camerieri usano i più diversi accorgimenti per invitarci ad entrare: “Italia? Anch’io italiano. Mi chiamo Giovanni”. “Italia? Io so l’italiano. Il nome è Camillo”. Se supponessero una nostra provenienza spagnola si chiamerebbero senz’altro Pablo o Josè.

La prima sera scegliamo il ristorante di Camillo e vediamo subito che sotto i tavoli sono sdraiati due gatti. Non disturbano, aspettano. A lato sono in terra due ciotole, una piena d’acqua, l’altra riempita del cibo che avanza. “Sono vostri quei gatti?” “Nostri?” Camillo nel suo stentato italiano non capisce. “Siete voi i padroni?” Un’espressione di stupore. ”Ma i gatti non hanno padroni! Sono loro i padroni!” Cominciamo a renderci conto che i rapporti tra umani e felini in Turchia sono molto diversi che altrove. Ma davvero l’animale domestico non viene considerato proprietà dell’uomo?

Ora Giovanni e Camillo, superate le ostilità della concorrenza, mettono in comune le loro competenze linguistiche per convincere due turiste, animate sì dal desiderio di sapere, ma legate a stupidi quanto dannosi stereotipi occidentali.

Dai tempi più remoti i gatti hanno piena libertà di movimento e non sono proprietà di nessuno. Agli umani toccano solo l’onere e l’onore di dare loro nutrimento e sicurezza. Se qualche gatto accetta di essere accolto in una famiglia e soggiornare in un appartamento lo fa di propria volontà ed è considerato “ospite di Dio”. Fu infatti proprio una gatta a salvare la vita di Maometto ammazzando un serpente che si era infilato nella sua manica e da allora il profeta la volle sempre con sé. Recita un proverbio “Se uccidete un gatto dovete costruire una moschea per farvi perdonare da Allah”.

I gatti di Istanbul

I gatti di Istanbul

“Sono quindi convincimenti di tipo religioso a motivare la tolleranza e la cura verso i gatti?“. Ricordiamo di aver visto in altri paesi di fede islamica, Tunisia e Marocco, felini che giravano liberamente nelle città, ma, spelacchiati e malnutriti, non godevano certo del trattamento riservato loro in Turchia. “No! Non è solo una questione di religione! Il fatto è che senza i gatti a Istanbul ci sentiremmo soli!” ci rispondono Camillo e Giovanni, asserendo di interpretare i sentimenti di tutti gli stanbulioti.

E’ vero! Otto giorni di permanenza nella città del Corno d’oro ci hanno convinto dandoci la possibilità di osservare una quantità di felini. Gattini che corrono e giocano davanti alla tomba di Solimano, il sultano più importante della storia ottomana, sotto lo sguardo benevolo del soldato di guardia. Ma soprattutto micioni placidi e indolenti come quelli sdraiati nel museo di Santa Sofia fra i quali è sicuramente la gatta passata agli onori delle cronache per aver ricevuto una carezza da Obama in visita alla capitale turca.

I gatti di Istanbul

I gatti di Istanbul

E i cani? Non ce ne sono molti, forse non li abbiamo notati. Due di loro però mi fanno letteralmente inciampare, sdraiati come sono proprio sulla soglia della moschea blu. Sono di grossa taglia e ho avuto paura per un attimo di una loro reazione. Ma niente. Non si scomodano neanche per un minimo brontolio. Evidentemente abituati ad un rapporto con umani maldestri come la sottoscritta.

Il legame di Istanbul con i cani è più problematico di quello con i gatti. La religione islamica, che li considera animali impuri, e l’aspirazione ad adeguarsi a modelli europei hanno in passato indotto gli stambulioti a ripulire la città dai “cani di strada”. Nel primo decennio del secolo scorso per ordine del governo a migliaia sono stati deportati su una piccola isola del Bosforo dove sono probabilmente tutti morti di fame.

Ma la coscienza animalista dei Turchi ha avuto la meglio sui dettami coranici e sul desiderio di una malintesa modernizzazione. Oggi per le strade e le piazze anche i cani possono scorazzare liberamente, magari non coccolati come i gatti, ma comunque rispettati.

I gatti di Istanbul

I gatti di Istanbul

“Provvede il Comune – ci informa Turkmen, il nostro assistente di viaggio, mentre ci accompagna all’aeroporto -. In città circolano i “Vetbus”,una sorta di cliniche veterinarie viaggianti che prestano un servizio di soccorso agli animali di strada. I veterinari provvedono a curare cani e gatti, li vaccinano, li sterilizzano, danno loro l’antiparassitario e li forniscono di un microchip che permette di seguirne gli spostamenti. E ogni giorno più di una tonnellata di pappa distribuita in vari luoghi della città”.

“Cosa è quell’aggeggio?” chiede mia figlia indicando un grosso attrezzo intorno al quale si affollano diversi gatti. “E’ un dispenser! Un distributore automatico di acqua e cibo per gli animali! Ma serve anche ad un altro scopo. I cittadini vi inseriscono bottiglie e rifiuti di plastica che vengono inviati al riciclo. Il ricavato è usato per acquistare cibo per animali, anche i costosi croccantini”. Fantastico.

Siamo arrivati all’aeroporto. E’ il momento dei saluti. “Tornerete?” ci chiede Turkmen. “Sicuramente!”. Mia figlia, la gattara, è entusiasta. “Senz’altro -annuisco io- Ci sono ancora tante altre cose che dobbiamo scoprire e vedere” E’ vero! Devo tornare! Me ne vado con la sensazione che Istanbul, la città dalle mille identità, mi riservi ancora un’infinità di sorprese.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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