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Istanbul: dentro la basilica di Santa Sofia

Di Redazione29 Agosto 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Continua il nostro viaggio alla scoperta della capitale della Turchia

Istanbul: dentro la basilica di Santa Sofia
La basilica di Santa Sofia

Il primo progetto di un mio viaggio ad Istanbul risale al 2001. E’ stato il crollo delle Torri Gemelle avvenuto proprio il giorno precedente alla partenza ad indurmi a disfare le valigie. In quei giorni il panico e lo smarrimento erano tali da lasciar prevedere catastrofi mondiali ed io proprio non me la sentivo di partire con le amiche della Terza Università lasciando a casa marito e figli. In seguito i programmi di viaggio nella città del Corno d’oro sono stati molti ma per motivi diversi sempre privi di attuazione.

Per diciotto anni quindi ho progettato, letto, studiato, immaginato, osservato fotografie e ascoltato resoconti di amici viaggiatori. E al centro della mia attenzione era sempre lei, Santa Sofia, la struttura che per mille anni è stata la chiesa più grande della Cristianità e ha svolto successivamente con eguale efficacia il ruolo di moschea, la più importante del sultanato ottomano. Oggi è un museo.

Arrivata a Istanbul provavo una certa apprensione, cosa che mi capita spesso quando mi spendo molto per realizzare un progetto e all’ultimo momento mi chiedo se ne è valsa la pena. Per quanto riguarda Santa Sofia oggi posso dire che ne è valsa la pena, anzi sulle orme di un autore turco che ho letto di recente (tra l’altro vincitore di un premio Nobel) mi viene di chiedere scusa a questa struttura sacra a due religioni per aver aspettato tanti anni prima di andare a vederla di persona.

L’esterno mi è risultato assolutamente familiare. Troppe volte ne avevo osservato l’immagine e ora provavo il piacere di riconoscerne il profilo racchiuso tra i quattro minareti: la cupola, le due semicupole a un livello più basso e scendendo con l’occhio le esedre. Poi i poderosi contrafforti più volte aggiunti e rinforzati a contenere il peso delle arcate, nonché le ardite sperimentazioni di due geniali architetti.

La basilica di Santa Sofia

La basilica di Santa Sofia

Ma l’interno, per quanto conosciuto attraverso descrizioni ed immagini, ha conservato la capacità di sorprendermi anzi di disorientarmi. Una volta varcato l’ingresso, per qualche attimo mi sono sentita partecipe di una dimensione fatta di elementi intangibili e indefinibili capaci di sospendere la mia percezione dello spazio. Credo che questa sia la sensazione di chiunque visiti l’edificio in condizioni che gli permettano un minimo di attenzione e di consapevolezza. Una spazialità che tende all’infinito e nello stesso tempo uno slancio verticale che conferisce a tutta la struttura una grande leggerezza. Un vuoto che rifiuta arredi ed ornamenti ma si riempie di luce, in una sovrapposizione di piani luminosi che attraverso le numerosissime finestre si riflettono sui marmi e sui mosaici annullando la consistenza e il peso degli elementi architettonici.

Se le altre chiese sono state costruite per accompagnare il fedele in un percorso di purificazione verso il divino chi ha voluto questa chiesa intendeva proiettare direttamente il credente in una dimensione sovrannaturale fornendogli un’immagine del Paradiso.

Committente è stato l’Imperatore Giustiniano, l’ultimo grande Imperatore, noto nei manuali scolastici come legislatore, compilatore di un ordinamento giuridico in parte ancora alla base del diritto civile. Noto anche per aver riconquistato parte dei territori italiani di cui rese capitale Ravenna, nonché per aver sposato Teodora, attrice dai dubbi trascorsi, ma poi sovrana di grande influenza alla corte costantinopolitana.

L'interno della basilica

L’interno della basilica

Prima di Giustiniano già Costantino aveva costruito una chiesa dedicata a Sofia, non già una Santa in carne ed ossa, ma piuttosto un concetto astratto, la Sapienza ed in particolare la Sapienza divina. L’edificio, distrutto da un incendio nel 404, ricostruito da Teodosio II, fu nuovamente distrutto nel 532 durante la rivolta della ”Nika ”di cui si è già parlato in un precedente articolo.

Fu proprio la rivolta della “Nika” ad offrire a Giustiniano il pretesto per commissionare un tempio che fosse il più splendido di tutta la storia dell’umanità. L’imperatore ne affidò il compito a due “architetti di genio” che, stando alle fonti proprio architetti non erano, essendo molto più versati nelle scienze della matematica e della geometria che non nella conoscenza delle tecniche costruttive. Si trattava di edificare un’opera del tutto rivoluzionaria, per la quale non era tanto necessaria l’esperienza del passato, quanto piuttosto l’ardimento dell’innovazione.

L'interno della basilica di Santa Sofia

L’interno della basilica di Santa Sofia

Si chiamavano Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto. Formarono una imponente organizzazione di lavoro con 10.000 operai divisi in cento squadre e usufruirono di un gigantesco sistema di rifornimento. La flotta imperiale non aveva difficoltà a ritrovare pietre pregiate, marmi policromi, porfido egiziano, alabastro e a quanto pare anche manufatti antichi sottratti a templi esistenti. Poichè Il rivestimento della cupola doveva essere molto leggero per evitare il collasso dell’edificio, fu utilizzata un’argilla di Rodi, che cotta a bassa temperatura, produceva mattoni di tale leggerezza che si diceva potessero galleggiare sull’acqua. Non fu quello il solo espediente utilizzato per tenere in piedi la cupola che per mille anni fu l’unica al mondo di tale grandezza. Ricordiamo che San Pietro e Santa Maria del Fiore sono di mille anni più tarde. Il progetto troppo audace provocò deformazioni nella struttura, che parzialmente crollò per un terremoto e necessitò nel tempo di diversi interventi di ristrutturazione.

Per la decorazione oro e argento a profusione. Un cronista dell’epoca ci dice di piccolissime tessere d’oro che a migliaia venivano posizionate all’interno della cupola in modo da rifletter ciascuna in modo diverso la luce che penetrava dalle quaranta finestre del tamburo. Lamine di puro argento ricoprivano completamente le colonne del recinto presbiteriale, mandando lampi luminosi. Sulle pareti risplendevano i mosaici con figurazioni simboliche su fondo oro. All’epoca di Giustiniano non rappresentavano figure, perché l’imperatore, pur rifiutando la dottrina iconoclasta, preferì evitare di incentivare la lotta religiosa circa la condanna delle immagini sacre. I mosaici figurati attualmente visibili, alcuni bellissimi, sono tutti successivi all’epoca di Giustiniano.

Ma l’elemento più significativo è sul pavimento. L’”omphalion”, l’ombelico, il centro del mondo, è rappresentato da un tondo di granito grigio intorno al quale sono trentadue cerchi variopinti di misure e colori diversi. Lì sedeva in trono l’imperatore dopo l’ingresso solenne, lì veniva incoronato in uno sfarzo che abbagliava. Niente poteva testimoniare meglio della chiesa di Santa Sofia, inaugurata il 27 dicembre 537, il rapporto strettissimo che univa l’autorità imperiale al volere divino.

Quasi mille anni più tardi Costantinopoli fu conquistata dall’esercito ottomano. Ma il sultano conquistatore Mehmet II non ebbe dubbi. Santa Sofia si adeguava meglio di qualsiasi altra struttura all’officiatura del culto islamico.

Fu asportato il recinto presbiteriale con i sacri arredi, fu eretto un maestoso mihrab ad indicare la direzione della Mecca, nonchè una loggia sopraelevata dotata di una fitta griglia dietro la quale il sultano e la sua famiglia potevano sottrarsi alla vista dei fedeli. Furono intonacati i mosaici parietali e costruiti in momenti diversi i quattro svettanti minareti. Santa Sofia diventava una moschea, la più grande e la più importante dell’impero, prototipo e modello delle moschee ottomane costruite successivamente.

Oggi è un museo. I mosaici sono stati riportati alla luce. Se dovesse tornare ad essere un edificio di culto sarebbe auspicabile che cristiani ed islamici vi potessero pregare insieme visto che in momenti diversi entrambe le religioni l’hanno considerata il luogo ideale per celebrare la gloria dell’Onnipotente.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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