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Cultura

Funesta docilità: inchiesta poliziesca su Alessandro Manzoni

Di Redazione26 Luglio 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Funesta docilità: inchiesta poliziesca su Alessandro Manzoni
Ritratto di Alessandro Manzoni

Alessandro Manzoni era un uomo dalla personalità così sfaccettata e complessa che una qualsiasi definizione di lui – per esempio l’abusata formula di “cattolico liberale” – risulta solo una semplificazione. Come è immaginabile un carattere tanto stratificato trova espressione nelle sue opere letterarie, in modo particolare nel capolavoro, spesso incompreso, “I promessi sposi”, ricchissimo di elementi che rimandano alla storia personale dell’autore, a ciò che visse e a ciò che vide.

Questo comporta che indagare la storia della sua opera più nota significa comprendere qualcosa di importante anche sulla storia personale dello scrittore. Un ottimo e riuscito tentativo di illustrare aspetti significativi e per certi versi sorprendenti del capolavoro manzoniano e dell’autore milanese si trova nel recente “La funesta docilità” (Sellerio, pp.224, 15 euro) scritto dal più importante studioso attuale di Manzoni, Salvatore Silvano Nigro.

Tutto comincia con la caduta dello scrittore ormai anziano sui gradini che portano alla Chiesa di S.Fedele a Milano, il 6 gennaio 1873, episodio che avviò il definitivo decadimento fisico che lo porterà alla morte nel maggio dello stesso anno. Di fronte a lui, scioccato dall’incidente, si stagliano alcuni edifici che furono legati alla sua biografia e che contemporaneamente erano diventati parte del suo romanzo come ambienti delle vicende milanesi di Renzo Tramaglino. Da qui Nigro sviluppa un’inchiesta quasi poliziesca che, cogliendo le tracce disseminate dal grande scrittore milanese nel suo capolavoro, fa entrare il lettore dentro la mente e l’animo di Manzoni.

L’inchiesta dello studioso di Carlentini non è solo letteraria, ma esamina anche le immagini che hanno ispirato Manzoni e che lui ha ispirato, fino agli anni più recenti. Inoltre viene ricostruito il dialogo letterario intercorso idealmente tra Manzoni e alcuni scrittori novecenteschi, che cercarono di individuare e capire aspetti significativi della mentalità manzoniana: Sciascia, Pomilio, Ginzburg, Bassani, Moravia, Gadda. In particolare Nigro si concentra sul rapporto tra lo scrittore milanese e Leonardo Sciascia che con lui sentiva una profonda consonanza. Anche Sciascia, come Manzoni, aveva un’attitudine all’indagine storica e sociale che connota gran parte della sua produzione letteraria. Sciascia si era dedicato con attenzione e puntiglio all’approfondimento e all’indagine su Manzoni condotta anche direttamente nei luoghi manzoniani con l’obiettivo di ricostruire l’origine e i caratteri di episodi presenti nel romanzo, così da comprendere meglio la personalità dello scrittore a lui più affine.

Testimonia il rapporto stretto con Manzoni il fatto che mentre l’autore siciliano scriveva “L’affaire Moro”, libro inchiesta in cui sosteneva la tesi dell’omicidio di stato, teneva accanto a sé la “Storia della colonna infame”, inizialmente pensata da Manzoni come capitolo del suo romanzo: un’inchiesta condotta con acuto spirito illuministico sul significato della giustizia e sugli abusi del potere . L’autore di Racalmuto era stato colpito anche dalla reazione fin troppo distaccata di Manzoni di fronte al linciaggio del ministro della finanze Prina,avvenuto nel 1814 a pochi metri dal palazzo dello scrittore dei Promessi sposi. Un atteggiamento di “funesta docilità” di fronte alla violenza della folla, una sorta di sostegno passivo, che solo a distanza di anni Manzoni rielaborerà e cercherà di riscattare a modo suo in alcuni episodi del romanzo.

Gli indizi seguiti e portati alla luce dall’inchiesta di Nigro sono presenti,come detto, anche nelle immagini. Scopriamo così una consistente presenza di Bergamo nel personaggio di Renzo Tramaglino. Il gigantesco (in tutti i sensi) dipinto di Enea Salmeggia detto il Talpino dedicato alla decapitazione di S.Alessandro, che si trova dietro l’altare della chiesa di S.Alessandro in Colonna dal 1623, contribuì a costruire la figura di Renzo. In particolare il cappello riccamente piumato del protagonista, indossato il giorno del matrimonio impossibile con Lucia Mondella e poi nel famoso viaggio a Lecco “in compagnia” dei capponi da regalare al dottor Azzeccagarbugli, è modellato su quello dipinto dal Salmeggia sulla testa di un giovane contadino elegante con un pollo in mano.

Questa figura di “contadinotto”, come lo era Renzo, compare in primo piano a sinistra seduto su un pezzo di colonna nel quadro del Talpino mentre osserva l’imminente martirio di Alessandro . Il quadro lascia segni di sé nell’immaginazione manzoniana probabilmente anche per questioni onomastiche, se è vero che il primo miracolo del patrono di Bergamo fu la resurrezione e conversione di Fermo, nome attribuito da Manzoni al personaggio di Renzo nella prima edizione dei Promessi sposi.

Altro elemento su cui Nigro insiste con forza da anni, il fatto che le famose immagini che corredano in gran numero l’edizione definitiva dell’unico romanzo manzoniano, 1840-42, non siano semplicemente illustrazioni a rinforzo del testo scritto. Esse a volte lo modellano, visto che l’immagine si inserisce nella sintassi del racconto che la circonda interagendo con la narrazione in modo da darle un senso più profondo.

Il testo del “manzonista” Nigro (autodefinizione dell’autore) si presenta dunque come un’indagine colta e appassionata dentro l’universo manzoniano di cui fa emergere numerosi particolari significativi secondo un meccanismo da detection. Alla fine del libro il lettore si trova di fronte a un quadro ampio e sfaccettato che gli rivela un Manzoni molto meno grigio e paludato e assai più interessante di quello fissato nella mentalità comune.

Giorgio Scudeletti

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