iscrizionenewslettergif
Cultura Storia

Bergamo Scomparsa: come è nata Piazza Vecchia

Di Redazione24 Giugno 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Bergamo Scomparsa: come è nata Piazza Vecchia
Piazza Vecchia e il Campanone

”Et è loco molto alegro et bello et pieno de mercancie”. Il viaggiatore Zuanne de San Foca, da noi citato nella precedente puntata, non si limitava a descrivere i “bellissimi pallazi” bergamaschi, ma citava anche le “botegete”,le piccole botteghe, in particolare quelle dell’attuale Piazza Vecchia di Bergamo Alta.

Le “botegete” sono state oggetto di un interessantissimo studio di Laura Bruni e Maria Mencaroni, che ci presentano un ambiente vivacissimo e colorato affollato di venditori che ponevano banchetti, tende e deschi anche provvisori in ogni angolo della piazza e occupavano fin l’interno dei cortili. L’attività commerciale perdurava pur nell’affermazione sempre più netta delle funzioni dirigenziali e amministrative.

Nel 1520 il mercato delle biade, da decenni esercitato in loco, veniva spostato per volere dei rettori nell’area antistante la Cittadella viscontea. Fu allora che Piazza Vecchia assunse il nome attuale, mentre il termine” piazza nuova” passava ad indicare quella che è oggi piazza Mascheroni. Ma biade e granaglie continuavano ad essere commerciate anche in piazza vecchia probabilmente nella zona situata sul lato est dove le due studiose collocano le case dei Carati citati come Carati della Biava. Sulla facciata Gian Mario Petrò individua fra frammenti di intonaci dipinti a fiori chiari e losanghe gli stemmi delle parentele Biava, Solza e Grumelli. Più avanti sullo stesso lato della piazza i Carati affittavano botteghe a ortolani e “biavaroli”.

Il lato meridionale era fin dall’epoca comunale sede di ”cartelari”, addetti alla vendita di materiale di cancelleria ,cui non doveva mancare il lavoro data la collocazione al centro della pubblica amministrazione. Le loro botteghe trovavano posto fin sotto le volte dello scalone di palazzo. Nel Cinquecento i “cartelari” eran divenuti “librari” aggiungendo alla vendita di quaderni e registri anche quella di libri veri e propri. Qualcuno di loro cominciava ad avventurarsi nell’attività editoriale.

Così il libraio Pigozzi che teneva bottega là dove oggi è situato il caffè del Tasso. A lui subentrò nel 1586 lo stampatore bresciano Comin Ventura che con non meno di seicento edizioni stabilì una forma di monopolio cittadino rafforzato da numerosi privilegi comunali. La sua fama varcava i confini bergamaschi, la sua produzione per qualità e numero delle opere poteva collocarsi al vertice della tipografia italiana cinquecentesca. Dava inizio ad una tradizione tipografica bergamasca che continuò nel tempo pur senza raggiungere mai il grado di pregio del suo lavoro. Nella Biblioteca Angelo Mai è tuttora conservato il corpus più completo delle opere edite dal Ventura e dai suoi figli.

Rimandiamo al prossimo incontro l’esame delle “botegete” che erano disposte lungo i lati occidentale e settentrionale della piazza.

Andreina Franco Loiri Locatelli

Leggi le altre puntate di Bergamo scomparsa.
Bergamo scomparsa: la bibliografia.

Camilleri, condizioni critiche ma stabili

Andrea CamilleriRimangono critiche ma stabili le condizioni dello scrittore Andrea Camilleri ricoverato da ieri mattina all'ospedale ...

Storie per voce quieta: favole leggere e profonde per adulti

Roberto PiuminiLa favola per adulti è un genere letterario ormai poco praticato, cosa che rende un ...