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Cultura Storia

Bergamo scomparsa: l’analisi della Pala Martinengo

Di Redazione15 Aprile 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Bergamo scomparsa: l’analisi della Pala Martinengo
Gli angeli della Pala Martinengo

Abbiamo potuto ammirare nell’ultimo incontro la straordinaria Pala Martinengo oggi conservata presso la chiesa di San Bartolomeo a Bergamo.

Esaminiamo ora con maggior attenzione la parte superiore del dipinto il cui messaggio risulta talmente complesso da richiedere una conoscenza specifica del clima culturale di allora. Dobbiamo alle indagini attente della studiosa Francesca Cortesi Bosco l’individuazione esatta dei molteplici significati dell’opera.

Abbiamo già notato come la struttura architettonica raffigurata dal pittore sia priva di cupola quasi ad introdurci allo spazio celeste. Dallo spazio celeste sono giunti i due angeli che si affacciano al tamburo e danno indicazioni per sistemare gli ultimi addobbi dell’ambiente. Fra le decorazioni si ripete la figura dell’olivo, simbolo di pace. Appare sullo stendardo verde appeso al tamburo, nella decorazione a mosaico intorno ai tondi laterali che rappresentano gli Evangelisti. Simbolici rametti sono in bocca ai delfini intrecciati ad un tridente, allusione a Nettuno e a Mercurio e quindi ad un’attività commerciale e marinara che rimanda, come vedremo, ad un contesto celebrativo della Repubblica di Venezia.

Rami di olivo sono legati alla bilancia e alla spada che pendono a sinistra del riguardante accanto al tondo raffigurante San Marco. Bilancia e spada sono simboli di giustizia esercitata con fortezza, mentre le cinque grosse olive che si scorgono fra le foglie assumono nella situazione significato di prosperità. La giustizia porta la pace, la pace porta ricchezza.

Nel serto sovrastante è la scritta “Divina” che con l’immagine sottostante forma una cosiddetta “impresa”. Cosa era un’impresa? Era una forma di gioco intellettuale che nascondeva un significato nell’interazione fra immagine e scritto. Le toglieremmo valore se la paragonassimo semplicemente ai “rebus” attuali, in quanto spesso alludeva a significati profondi e complessi inesprimibili attraverso il solo disegno. Ma il procedimento che portava alla soluzione dell’enigma era lo stesso. La lettura corretta dell’insieme è quindi “Divina Iustitia” con un’allusione diretta alla giustizia divina, ma anche un implicito riferimento alla giustizia veneziana richiamata dalla vicina figura di San Marco protettore della Serenissima.

A destra del riguardante un’altra impresa posta simmetricamente presenta un giogo, elemento allusivo all’insegnamento di Cristo, una palma e un ramo d’edera, rispettivamente simboli di vittoria e di durata. Chi segue gli insegnamenti di Cristo arriverà alla vittoria finale che è la vita eterna. Nel serto sovrastante appare la scritta “Suave”.

Lette consecutivamente le due imprese dicono “Divina Iustitia Suave Iugum”. La divina giustizia è un giogo soave, un peso leggero da sopportare. Resta implicita, ma evidente l’allusione alla giustizia veneziana, sottolineata anche dagli sguardi dei due bellissimi angeli che incoronano Maria. Uno di loro guarda la Vergine in basso, ma l’altro volge gli occhi alla figura di San Marco raffigurato nel tondo a sinistra, il quale a sua volta fissa con intensità lo stendardo rosso e oro che rappresenta il potere del Doge. Era prassi frequente nella politica veneziana accostare la figura della Madonna a quella di Venezia sia nelle pubbliche cerimonie che addirittura nei documenti ufficiali. L’iconografia non lasciava dubbi.

L’incoronazione di Maria simbolicamente celebrava la sovranità della Repubblica di Venezia. Era il 15 maggio 1513 il giorno in cui Alessandro Martinengo Colleoni, nipote ed erede di Bartolomeo Colleoni firmava la bozza di contratto per la commissione dell’opera a Lorenzo Lotto. Bergamo, lasciata libera dall’esercito francese, era tornata sotto il dominio veneziano. Ma le truppe spagnole incombevano e nel giro di pochi giorni si impadronivano della città causando danni assai maggiori dell’occupazione precedente. Per le strade si combatteva.

Il dipinto risultava compiuto nel 1516, momento in cui la città era nuovamente tornata sotto la Serenissima dopo un breve ma terribile momento di incursioni tedesche. Dopo tante sciagure l’opera invitava i Bergamaschi ad accettare volentieri il governo veneziano apportatore di pace, giustizia, ricchezza.

Ci possiamo chiedere se i fruitori di allora erano in grado di comprendere i complessi significati del messaggio. L’opera veniva indubbiamente letta a livelli diversi secondo le capacità interpretative del riguardante. Dobbiamo però tener presente che il linguaggio simbolico, a noi oggi quasi del tutto estraneo, faceva parte dell’immaginario collettivo ed era spesso usato in cerimonie pubbliche di significato religioso o politico, risultando quindi comprensibile non solo alle élite intellettuali, ma ad un pubblico molto vasto.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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