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Esteri

Libia nel caos: cosa rischia l’Italia

Di Redazione12 Aprile 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Gli scontri fra Haftar e il governo di Al Sarraj preoccupano il nostro Paese

Libia nel caos: cosa rischia l’Italia
Libia

Acquisire tutti i vantaggi possibili, anche con la forza, prima della Conferenza sul futuro della Libia. Sarebbe questo, secondo gli osservatori internazionali, l’obiettivo del generale Khalifa Haftar, comandante delle Forze armate libiche (Lna).

L’uomo forte della Cirenaica ha scatenato un’offensiva militare contro la capitale Tripoli, sede del governo di Fayez Al Sarraj. Le truppe regolari hanno risposto con l’aviazione.

È l’ultimo scontro, in 8 anni travagliati. La Libia è nel caos dal 2011. Da quando la Nato pone fine alla dittatura del colonnello Muhammar Gheddafi, ucciso dai ribelli. L’intervento occidentale, volto a favorire interessi e democrazia, finisce per destabilizzare il Paese. Si apre una fase di transizione che porta alle prime elezioni. Vincono i partiti islamisti, ma la pace dura poco. Nel 2014 il generale Haftar (un tempo fedele a Gheddafi e poi esiliato) chiede il ritorno alle urne. Poi passa al colpo di Stato. Dalla successiva guerra civile nascono due governi distinti. Quello di Al Sarraj, riconosciuto dall’Onu e sostenuto anche dall’Italia. E quello di Haftar, che ha sede a Tobruk e controlla gran parte del Paese (la parte desertica, a sud, è in mano a tribù locali e Isis).

I due contendenti però non riescono a trovare un accordo. Nemmeno durante la conferenza di Palermo del 2018. Davanti al premier Conte si stringono la mano, ma le posizioni restano distanti. Haftar considera Al Sarraj “un oppressore” e punta “alla conquista di Tripoli”. Ma al fianco del governo di unità nazionale ci sono le potenti milizie di Misurata, avverse al generale.

L’escalation preoccupa la comunità internazionale. Gli Usa chiedono lo stop delle ostilità. Ma l’America first di Trump e l’autosufficienza energetica lasciano presagire un disimpegno statunitense dall’area. Egitto, Russia, Francia e Arabia Saudita invece non disdegnano, per interessi economici, strategici e politici, un sostegno ad Haftar.

La Libia è fondamentale nello scacchiere mediterraneo. Anche per l’Italia, che non può permettersi un vuoto di potere o ancor peggio un governo ostile, a 300 chilometri da Lampedusa. Roma poi è il primo partner commerciale di Tripoli, fin dai tempi di Gheddafi. Le aziende italiane in Libia sono una cinquantina, compresa l’Eni che laggiù estrae 320 mila barili di petrolio al giorno.

Il 14 aprile, a Ghadames, nel sudovest del Paese, dovrebbe andare in scena la Conferenza nazionale sulla Libia. Haftar vorrebbe arrivarci da una posizione di forza. Sempre che il conflitto non precipiti. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, è stato chiaro: «Fine dei combattimenti o l’incontro salta».

Wainer Preda

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