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Storia

Bergamo scomparsa: la Pala Martinengo

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Bergamo scomparsa: la Pala Martinengo
La chiesa di San Bartolomeo, a Bergamo

Assedi, scorrerie, pestilenze. Nei primi decenni del Cinquecento Bergamo viveva, come abbiamo raccontato, il momento più drammatico della sua storia.

Proprio a quell’epoca risale l’opera più interessante tra quelle presenti nella nostra città, sicuramente una delle più notevoli nel panorama artistico italiano del tempo: la Pala Martinengo.

Esamineremo in un incontro successivo le drammatiche vicende di cui fu protagonista. Oggi possiamo ammirarla, anche se priva della predella e della cimasa, nella parte absidale della chiesa di San Bartolomeo sul Sentierone.

La Vergine alta su un trono sembra emergere dall’oscurità della navata, una duplice navata, altissima e profonda, forse simbolo della chiesa ebraica priva della rivelazione o più ampiamente immagine di un’umanità che ancora non conosce Cristo. E’ lei, la Vergine, a portare la luce, mostrando il Bambino benedicente. La luce della Grazia squarcia le tenebre del peccato e invita il riguardante a meditare sul mistero dell’Incarnazione. Sulla base del trono un cartiglio in posizione centrale indica la data 1516 e il nome dell’autore: Lorenzo Lotto.

Intorno sono dieci figure di Santi. In posizione centrale ai piedi del trono i due titolari del convento in cui l’opera era collocata, San Domenico, riconoscibile dall’abito dell’Ordine, e Santo Stefano sulla cui spalla è una pietra strumento del martirio. A sinistra del riguardante Sant’Alessandro, patrono di Bergamo, ma anche del committente, Alessandro Martinengo Colleoni.

Accanto a lui Santa Barbara tiene in mano la torre, attributo che la rende riconoscibile; per lei la moglie del committente nutriva particolare devozione. Sul lato opposto San Sebastiano, le mani legate dietro la schiena e il corpo trafitto dalle frecce, è il solo che si volge verso il riguardante. Era protettore contro la peste e mostra compatimento e partecipazione poiché la malattia imperversava in città.

Anche gli altri Santi, oranti o assorti in contemplazione, mostrano un’intensità di sentimenti che li distingue dalle analoghe figure presenti nelle opere coeve. La straordinaria capacità inventiva del pittore insieme ad una religiosità profondamente interiorizzata crea volti e gesti di grandissima efficacia espressiva, manifestazione di un linguaggio artistico del tutto nuovo.

Notiamo che Sant’Alessandro, rivestito dell’armatura che è suo attributo, poggia un piede sull’elmo a significare il rifiuto della guerra. E la speranza della pace si ripete nella parte superiore del dipinto dove due angeli si affacciano al tamburo privo di cupola impegnati a parare a festa l’ambiente. Dispiegano nastri, sistemano vessilli, agganciano serti in un’attività che, accentuando la vivacità della scena, ben si armonizza con il fervore emotivo dei Santi.

L’insieme risulta talmente ricco di simboli e di allusioni che per afferrarne appieno il significato è necessario conoscere la cultura e l’immaginario collettivo dell’epoca. Solo così ci sarà possibile cogliere accanto ad una più generica invocazione alla pace il sottile messaggio politico di cui l’opera è portatrice. Ne parleremo con maggiore ampiezza nel prossimo incontro.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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