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Bergamo scomparsa: dopo i saccheggi, arrivano i francesi

Di Redazione21 Febbraio 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Bergamo scomparsa: dopo i saccheggi, arrivano i francesi
Castello di San Vigilio

Abbiamo assistito nell’ultimo incontro alla rovinosa disfatta dell’esercito veneziano ad Agnadello. Cosa succedeva nel frattempo a Bergamo?

La storiografia recente sottolinea come le guerre d’Italia del XVI secolo abbiano segnato l’avvio di un tipo di belligeranza più cruento rispetto a quello dell’età medioevale con scontri che non rispettavano alcuna regola di combattimento e spedizioni che infierivano sui civili.

Le notizie che arrivavano a Bergamo erano spaventose. L’abitato di Medolago che aveva tentato di resistere alle truppe francesi era stato saccheggiato e distrutto. Uomini donne e bambini, come racconta il Belotti, erano stati “passati a fil di spada con una barbarie senza esempio”.

Molti cittadini delle più illustri casate di fede veneziana fuggivano con le famiglie a Venezia o a Verona e fra di loro fu lo stesso vescovo Lorenzo Gabriel. Ma altri manifestavano apertamente la loro esultanza perché i rancori mai sopiti riemergevano fra le famiglie dell’antica fazione ghibellina, ancora ostili alla Serenissima.

In aiuto ai due rettori della città, il senato mandò un provveditore straordinario nella persona di Marino Zorzi. Bortolo Belotti racconta con dovizia di particolari la esemplare orazione da lui pronunciata davanti all’assemblea dei cittadini riuniti nella chiesa di Santa Maria Maggiore. In ricordo del valore dimostrato cento anni prima dai loro antenati nella difesa della città, i nipoti aspettassero almeno di conoscere l’entità del pericolo e la attuabilità dei soccorsi prima di subire la vergogna di una spontanea dedizione. Le sue parole sembrarono convincere i più. Alcuni fautori ghibellini proposero allora l’elezione di una commissione incaricata della decisione. Ma, a giudizio del Belotti, si trattava solo di un’espediente per procrastinare i tempi. Mentre la commissione nella sacrestia della Basilica si accingeva al suo compito, Soccino Secco, capo ghibellino, nemico giurato del governo veneziano, entrava nell’assemblea informando che due emissari erano già a Caravaggio e avevano dichiarato al re francese la resa della città. La dedizione era ormai cosa fatta.

Ai bergamaschi non restava che inviare una delegazione per cercare di ottenere le condizioni di resa più favorevoli possibili. E la città ottenne non solo la conservazione degli antichi statuti, ma addirittura la sottomissione e il controllo di tutto il contado, condizione quest’ultima che era da sempre nelle aspirazioni del Comune cittadino e da sempre oggetto di discordia con il territorio.

Il provveditore Marino Zorzi fu fatto prigioniero e portato in Francia, così come i due rettori e il castellano di San Vigilio, arresosi dopo un giorno di serrato combattimento. Contrariamente alle condizioni negoziate i veneziani residenti in città furono fatti prigionieri. Racconta il Belotti che molte delle donne per sottrarsi all’arresto avevano trovato rifugio nel convento di Santa Maria di Rosate, attuale sede del Liceo Sarpi. I francesi, non riuscendo ad entrare né dalle porte, né dai tetti, inchiodarono tutte le entrate così che nessuno potesse portare loro soccorso. Solo dopo molti giorni furono liberate.

Fu ordinato in nome del re che tutti i fuoriusciti tornassero in città entro quattro giorni, pena l’accusa di ribellione e che i soldati francesi potessero disporre liberamente di vitto e alloggio nelle abitazioni dei cittadini bergamaschi.

Diversamente da quanto qualcuno asserisce, il re di Francia non fu mai a Bergamo. Vi entrò invece con grande pompa il suo rappresentante Carlo d’Amboise il due ottobre 1510. Grandi apparati trionfali lo accoglievano lungo il percorso. “Venisti tandem” (Sei arrivato finalmente) era scritto su un arco in Borgo Palazzo, mentre una scritta sul palazzo della Ragione inneggiava a Luigi, re dei francesi, come ad un liberatore. Dalla facciata era stato levato a suon di scalpello il leone di San Marco. A tutti i bergamaschi indistintamente era fatto obbligo di mostrarsi allegri per la circostanza, agli uomini di radersi la barba. “Faciant se radere ad ostendendam hilaritatem et gaudium” recitava un proclama.
Forse riuscì difficile a molti di loro mostrare ilarità e gaudio nel momento in cui nella “platea magna” di San Vincenzo fu offerto al governatore a nome della cittadinanza un vaso d’oro massiccio ripieno di ducati pure d’oro, di cui il francese si appropriò senza molti complimenti.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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