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Storia

Bergamo scomparsa: la disfatta di Venezia

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Bergamo scomparsa: la disfatta di Venezia
Niccolò Orsini, conte di Pitigliano

Abbiamo assistito nel corso delle puntate precedenti alla rapida incursione del Re francese Carlo VIII in Italia e alla sua altrettanto rapida cacciata. L’evento non alterò lo status quo della penisola, ma ne rese evidente la debolezza sostanziale. Di fronte alla compattezza territoriale, politica, sociale e militare degli stati nazionali che si erano ormai consolidati, l’Italia mostrava una dilacerante divisione di stati regionali spesso in conflitto l’uno contro l’altro e magari afflitti al loro interno da discordie corporative o di fazione.

Solo gli artisti e gli uomini di cultura erano capaci di proiettare le loro aspirazioni al di là dei singoli confini. Nella realtà nessuno degli stati italiani era abbastanza forte da riuscire ad attuare una politica espansionistica a vasto raggio per costituire una nazione. Ogni tentativo del genere era destinato a suscitare una reazione coalizzata degli altri stati della penisola e a favorire l’intervento di potenze straniere.

Tentò (forse) Venezia. Consolidato nel corso del Quattrocento il suo dominio di terraferma sul Veneto, sul Friuli e gran parte della Lombardia, arrivò ad estenderlo sulle Romagne, quindi sulle coste pugliesi e in Dalmazia. Non esitò a stringere accordi con il nuovo Re di Francia Luigi XII, assicurandogli il suo aiuto nella conquista del Milanese. Nel giro di venti giorni Luigi XII ebbe Milano, Venezia ebbe Cremona e la Ghiaradadda con la ricca Treviglio.

Le mire espansionistiche della Repubblica finirono con il danneggiare gli interessi di tutti. Nel 1508 veniva firmato a Cambrais il trattato per una lega antiveneziana. Vi partecipavano, oltre all’Imperatore d’Asburgo e al Re di Francia, che aveva cambiato alleanza, il nuovo Papa Giulio II, il re aragonese di Napoli e di Sicilia, i duchi di Savoia, di Ferrara e di Mantova.

Nel 1509 i territori veneziani venivano aggrediti su tutti i fronti. I francesi scendevano attraverso il Milanese arrivando ad occupare Treviglio, il Re Luigi XII in persona passava l’Adda, le truppe pontificie incalzavano in Romagna e nel Polesine, in Puglia infierivano gli Spagnoli che avevano stretto accordi segreti con la Francia per una futura spartizione del Mezzogiorno. Infine da nord scendevano le prime truppe tedesche imperiali che arrivavano a minacciare Padova.

Si trattava della più grave situazione di pericolo nella centenaria storia della gloriosa Repubblica. Venezia disperatamente correva ai ripari, provvedendo a rafforzare le mura delle città di terraferma, in particolare a Padova e a Treviso. Il Senato ingaggiava i due più famosi capitani di ventura dell’epoca, Nicolò Orsini conte di Pitigliano e Bartolomeo d’Alviano, provveditore generale.

Ma il 14 maggio fu il disastro. Ad Agnadello nell’attuale provincia di Cremona, l’esercito della Serenissima veniva rovinosamente sconfitto dalle truppe francesi. Bartolomeo d’Alviano, che, ferito e appiedato, aveva combattuto fino all’ultimo, fu fatto prigioniero. Il Re stesso gli diede salva la vita, ammirato dal suo valore.

Il grosso dell’esercito era annientato, caduto, fatto prigioniero o datosi ad una fuga disperata. Il conte di Pitigliano, cui restava meno di un terzo della propria armata, decise di ritirarsi all’interno dei territori della Repubblica. L’arretramento continuò fino in vista della laguna. Le città della terraferma veneta una ad una si arrendevano al nemico. Sarà interessante in una delle prossime puntate seguire da vicino le vicende che in tali frangenti interessarono Bergamo.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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