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Editoriali

Lo strano caso del dottor Salvini e del signor Di Maio

Di Redazione8 Gennaio 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Due minoranze, in un equilibrio fondato sullo squilibrio costante, ricordano il protagonista del romanzo di Stevenson

Lo strano caso del dottor Salvini e del signor Di Maio
Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Quando nel 1927 Edoardo Ruffini (uno dei sei professori universitari che persero la cattedra per essersi rifiutati di giurare fedeltà al fascismo) pubblicò il suo famoso trattato sul “principio maggioritario”, in cui si preoccupava delle ragioni per le quali la minoranza dovrebbe sottostare alle decisioni della maggioranza, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati oggi al “principio minoritario”.

Un modello di società in cui una maggioranza silenziosa è ostaggio di minoranze rumorose che non si confrontano in modo democratico, ma pretendono di condizionare sulla base di slogan e leggi illiberali il diritto di opinione, di espressione e il confronto democratico.

E assolutamente, credo, non avrebbe potuto concepire, come qualsiasi studioso di una epoca in cui i princìpi e le idee erano ben chiare, un governo a minoranza alternata come quello giallo-verde che sta caratterizzando l’attuale legislatura.

Il sistema elettorale ci ha consegnato un parlamento caratterizzato da un insieme di minoranze affatto differenti tra di loro.

Stravolgendo ogni logica precedente l’avanzata del Movimento 5 stelle, un partito con un programma di stampo giacobino-vetero marxista, insieme al tracollo di un Pd trascinato nella polvere dall’egocentrismo della classe dirigente renziana e dalle lotte interne, ha creato uno squilibrio nei risultati e nella composizione del parlamento.

La sinistra è scomparsa, schiacciata e superata a sinistra dal Movimento 5 Stelle, il centro è ormai morto da tempo, e il centro destra non è arrivato in ogni caso ad avere i numeri per governare.

Si è creata così la curiosa situazione per la quale tramite un curioso patto politico – che fa del De Pretis e del suo “trasformismo parlamentare” un modesto dilettante – due partiti di minoranza profondamente diversi per estrazione, collocazione politica, ideali e programmi: uno di centrodestra e uno di sinistra giacobina, formano oggi questo curioso mostro politico che è il governo giallo-verde.

Un governo in cui il Presidente del Consiglio svolge in sostanza il ruolo di un mediatore socioculturale e in cui le due minoranze, quella leghista e quella dei 5 stelle, si alternano assumendo via via posizioni lontanissime dal sentimento e dal programma dell’altro, che vengono fatte digerire ad una classe parlamentare così supina da dare l’impressione di essere attaccata alla poltrona prima di ogni altra cosa, con una “colla” di una forza adesiva mai vista prima.

Il tutto con un impiego spregiudicato dei media, nuovi e vecchi, tramite i quali si pretende di superare la realtà dei fatti con costanti effetti annuncio, che prontamente vengono smentiti da quelli successivi.

Nel mentre il Paese reale, quello a cui se metti nel piatto solo le zampe del pollo, spiegando che è più salutare ed è la parte migliore, mentre il resto viene consumato per pagare spread, debito pubblico e un elefantiaco apparato burocratico statale, inizia a rendersi conto piano piano che forse non è proprio vero quello che gli raccontano.

È peraltro tanto evidente che si tratti di un governo a minoranze alternate che l’elettorato di ciascuno dei due partiti al governo, non imputa al proprio partito le azioni del complice di governo.

Il reddito di cittadinanza (che poi come abbiamo già detto reddito di cittadinanza non è) che non è sicuramente compatibile con il mondo leghista è una cosa dei 5 stelle. La chiusura dei porti, che è sicuramente incompatibile con il sentire del popolo dei 5 stelle, è una cosa leghista.

Due minoranze dunque, in un equilibrio fondato sullo squilibrio costante, con un mediatore culturale a tenerle assieme che ricordano il protagonista del romanzo di Stevenson. E in mezzo? In mezzo resta la gente, il popolo e una questione settentrionale e dei ceti produttivi sempre più vessati e stanchi. Di negozi che chiudono. Di multinazionali che si stanno comperando tutti gli asset del Paese. Un Paese schiacciato da una pressione fiscale in crescita e sempre più impoverito. Mentre il governo gioca a ping-pong.

Carlo Scotti-Foglieni

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