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Cultura

“M” di Scurati, sei anni di piombo nero

Di Redazione7 Gennaio 2019 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
“M” di Scurati, sei anni di piombo nero
Lo scrittore Antonio Scurati

“M” di Antonio Scurati (Bompiani, pp.848, 24 euro) è stato il libro di cui si è maggiormente discusso nel 2018. Il romanzo dello scrittore napoletano tratta un tema da sempre complesso: la nascita e l’affermazione del Fascismo tra 1919 e 1925, viste con gli occhi di Benito Mussolini.

A aumentare interesse e curiosità si aggiunge che il libro è giunto con sorprendente e un po’ sospetto tempismo all’interno di una situazione politica particolare, per quanto Scurati affermi che il suo progetto sia stato concepito molto tempo fa e sia giunto alle stampe dopo tre anni di ricerche capillari su fonti ampie e disparate. Queste ultime traspaiono in appendice a ogni capitolo, che riporta stralci di discorsi,telegrammi,articoli di giornale,corrispondenze private e informative di polizia.

L’ampia narrazione si impernia su M, l’uomo di Predappio che parla in prima persona nel capitolo iniziale, dedicato alla fondazione dei Fasci di combattimento, e in quello finale del romanzo, il tragico trionfo politico conseguito con il delitto Matteotti. Mussolini è un piccolo-borghese ambizioso che al termine della Grande guerra ha già attraversato molte esperienze diventando costantemente un ex: ex anarchico,ex socialista, ex emigrato, ex interventista, ex soldato. Ha poche qualità, tutte spendibili in ambito squisitamente politico: alle ottime doti di giornalista e oratore unisce la spregiudicatezza cinica e opportunista del politico professionista senza scrupoli e una capacità istintiva di capire e sfruttare le paure e gli stati d’animo di una parte ingente della società italiana, i piccolo-borghesi arrabbiati e confusi per gli esiti del primo conflitto mondiale. Il suo progetto consiste in una nebulosa volontà di affermazione personale, guidata dall’idea di valorizzare il patrimonio ideologico del combattentismo e del reducismo.

Intorno a lui si muovono molti uomini e qualche donna; attraverso la trasfigurazione romanzesca, gli individui realmente esistiti diventano personaggi in un meccanismo narrativo di identificazione o distanziazione dal protagonista. Margherita Sarfatti, l’amante intellettuale di un uomo dai voraci appetiti sessuali, agisce come una sorta di levatrice, un po’ musa, dell’istintività politica e del carisma rozzo di Mussolini. Cesare Bianchi è il lucido fiancheggiatore delle giravolte opportuniste e degli strappi del “Duce”. Italo Balbo ha il ruolo del giovane reduce spiantato, spregiudicato e ambizioso capace di usare con perversa intelligenza la violenza come arma politica di affermazione del fascismo e di sé stesso. Il profilo più patetico tra gli attori non protagonisti appartiene a Gabriele D’Annunzio: il letterato pescarese si mostra capace di notevoli intuizioni politiche – l’avventura fiumana – e suscita entusiasmi da rockstar di fronte a folle ammaliate dalla sua oratoria preziosa e oracolare, ma non sa confrontarsi con la realtà. Troppo innamorato della sua immagine di “vate” e tormentato dalla vecchiaia, nonché cocainomane, soccombe allo scaltro M che lo usa e ne consuma idee, simbologie e linguaggio. L’antagonista fondamentale è Giacomo Matteotti, figlio di un grande proprietario terriero del Polesine, che decide di collocarsi al fianco dei contadini e guidare le loro lotte in nome della giustizia sociale. Il suo è un percorso politico asimmetrico rispetto a quello di Mussolini, il piccolo-borghese che disprezza aristocratici e capitalisti ma si presta a farsi usare da loro per poi ribaltare i rapporti di forza sociali e issarsi sulle loro spalle fino alla conquista del potere. Qualche critico ha parlato del Matteotti di Scurati come di un uomo ottusamente coraggioso. In realtà il politico socialista somiglia maggiormente, per la statura morale e l’ardente intelligenza critica con cui comprende il pericolo fascista, al protagonista del precedente romanzo dello scrittore napoletano, Leone Ginzburg, un altro antifascista capace di unire pensiero e azione.

Matteotti è il vero anti-Duce, e Mussolini lo sente come tale fino alla sua necessaria eliminazione. In mezzo a questi attori l’Italia viene disegnata come un paese incerto, fragile, scosso da estremismi che le scorie della Grande guerra fanno incrudelire. Questi anni di affermazione del fascismo sono già anni di piombo, in cui due colori dominano il campo politico , il rosso e il nero. Il rosso non è tanto quello dei socialisti, che parlano di rivoluzione senza mai giungere alla risoluzione di attuarla; il rosso è il colore del sangue sparso da socialisti stessi e soprattutto dai fascisti, che agiscono con una furia belluina e primigenia contro contadini e operai. Il nero delle camicie fasciste, che ricorda le divise dei braccianti romagnoli, è anche e soprattutto il colore della cenere a cui sono ridotte le case del popolo, le case coloniche e le amministrazioni comunali travolte dalle spedizioni squadristiche. Per le squadre l‘uso della violenza come arma impropria e vincente di lotta politica è pari al gusto sadico con cui viene perpetrata. Mussolini se ne serve amoralmente per demolire uno stato liberale rantolante, i cui politici – Giolitti, Nitti, Salandra, Facta – si illudono di usare strumentalmente il fascismo per continuare a sopravvivere. L’immersione nelle campagne padane e toscane in cui i contadini si vedono sottrarre dalle mani un potere anticapitalista di brevissima durata è la parte migliore del torrenziale romanzo. La rappresentazione della forza bruta fascista che arriva sui camion delle squadre, somiglianti a quelle intemperie distruttive a cui i contadini hanno sempre dovuto cedere, ha una sinistra e cupissima efficacia.

A Scurati va riconosciuta una notevole abilità narrativa, che gli permette di controllare con sicurezza una gran quantità di vicende e personaggi, scortando il suo protagonista ambiguo, bifido e assolutamente non empatizzante verso la conquista del potere quasi assoluto. Paradossalmente proprio M è il personaggio meno convincente: sfuggente e amorale, sembra ben definito soprattutto nei momenti di inesausto appetito sessuale, in cui acquista una primitiva concretezza.

Il romanzo è un esempio di buona divulgazione storica che permette di conoscere con maggiore chiarezza soprattutto gli individui che determinarono l’affermazione politica del fascismo o la contrastarono. Le dinamiche storiche sono rese in una luce chiaroscurale che tende ad essere a volte allucinatoria. I sei anni narrati danno forma a una sostanziale tragedia che assume venature farsesche o propriamente “pulp”, in una combinazione non sempre digeribile. In attesa degli altri due volumi già preannunciati della trilogia, si può dire che per adesso l’auspicio preannunciato dalla copertina, “Scurati riscrive l’antifascismo” sia ancora da realizzare.

Giorgio Scudeletti

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