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Cultura

“Resto qui”, vicenda emblematica dell’”apartheid” italiano

Di Redazione19 Ottobre 2018 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
“Resto qui”, vicenda emblematica dell’”apartheid” italiano
Curon, in Val Venosta

Le vicende del Südtirol, o Alto Adige, nel Novecento rappresentano una pagina di storia italiana che non è stata del tutto compresa né nei suoi presupposti, né nel suo svolgersi. Tutt’oggi la diversità di questa area dell’estremo Nord Italia viene vista con un misto di ammirazione, invidia, per la sua ampia autonomia, la floridezza economica e il regime fiscale favorevole, e sospetto, per il bilinguismo che la connota.

Si può quindi considerare inconsueta e per certi versi coraggiosa la scelta compiuta da Marco Balzano che nel suo ultimo romanzo “Resto qui” (Einaudi, pp.192, 18 euro) narra questa storia assumendo il punto di vista di un’abitante di Curon, in Val Venosta, al confine con Austria e Svizzera: un borgo sommerso dall’acqua nel 1950 per permettere la costruzione di una diga da parte della Montecatini.

La voce narrante appartiene a Trina, una maestra bilingue a cui la legge italiana imposta dal regime fascista impedisce di svolgere la sua professione, costringendola a farlo nelle katakombenschulen, le scuole clandestine in cui i bambini del luogo venivano istruiti nella loro lingua madre, il tedesco. La vicenda si impernia su queste vite vissute sul difficile crinale tra due lingue e due culture,una nativa, l’altra imposta, che presuppongono anche due visioni del mondo. Curon è un luogo di confine emblematico nel quale durante i trent’anni raccontati dal romanzo si succedono tre regimi politici, fascismo, nazismo e repubblica, nessuno dei quali costruisce, ma bada solo a sottomettere e distruggere. La scelta di “restare qui” nonostante le condizioni di vita per gli “autoctoni” si facciano sempre più difficili, appartiene soprattutto a Erich, il marito di Trina, contadino e allevatore abituato a vivere secondo i ritmi e una prospettiva sulla realtà che si pone sostanzialmente fuori dalla storia, vicina al tempo ciclico della natura.

Tuttavia la storia invade e consuma questa enclave incombendo su di essa non solo nella forma del totalitarismo nazifascista, ma soprattutto con il fragore sinistro della costruzione di una diga che comincia nel 1940, prosegue a guerra in corso, e si compie a conflitto terminato. L’acqua, l’elemento che normalmente simboleggia la vita, si trasforma in una forza distruttrice per volontà degli uomini, travolgendo esistenze e storie personali in nome di un ambiguo progresso. Nel frattempo Trina e Erich vivono anche il dramma della perdita dei due figli: uno catturato dall’ideologia nazista; l’altra scomparsa da un giorno all’altro, portata in Germania da zii che scelgono il regime di Hitler, quando l’alleanza tra lui e Mussolini permise ai sudtirolesi di optare per la presunta “terra madre”.

A questa figlia perduta Trina scrive le sue memorie, cercando lei per prima, ricostruendo il suo passato forse per nessuno, di comprendere il significato di eventi incontrollabili e travolgenti. Il “restare” mantenendosi fedeli a se stessi, alle proprie tradizioni, alla propria lingua e alla propria terra rappresenta così un atto eversivo contro il Novecento. Trina e Erich cercano un’impossibile resistenza contro il secolo delle ideologie imposte e delle “magnifiche sorti e progressive” ritenute acriticamente necessarie affermando, insieme a chi non se ne va, il proprio diritto a rimanere se stessi. Ne escono sconfitti, come mostra l’emblematica immagine di copertina – il campanile di Curon emergente dalle acque che hanno sommerso il paese. Ma questa sconfitta è tale sul piano della storia, non dell’umanità.

A Balzano va riconosciuto il merito di raccontare una storia difficile con un linguaggio limpido e controllato, che assume i colori della semplicità desolata con la quale Trina guarda retrospettivamente alla propria vita. L’unico difetto, che connota la migliore narrativa a sfondo storico di questi anni, è un eccesso di esemplarità che rende le vicende narrate a volte fin troppo emblematiche di una dinamica complessa che deve essere fatta capire al lettore non esperto della questione sudtirolese. Ma la capacità di costruire personaggi sfaccettati di grande verità tanto quanto lo sono le vicende narrate riscatta ampiamente una certa volontà “didascalica”.

Giorgio Scudeletti

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