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Cultura

Bergamo scomparsa: vestiti audaci e prostitute nel Medioevo

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Bergamo scomparsa: vestiti audaci e prostitute nel Medioevo
La Donna bionda, dipinta da Palma il Vecchio

Abbiamo esaminato nell’ultimo incontro i contenuti delle due più antiche leggi suntuarie bergamasche. Ma il quadro della situazione non risulta completo se non si prendono in considerazione i capitoli XV e XVI dell’undecima collatio dello statuto già citato.

Anche nella pudicissima Bergamo persone dell’uno e dell’altro sesso si erano evidentemente lasciate conquistare dall’audace moda proveniente da Venezia e dalla Francia. Il quindicesimo capitolo vietava infatti alle donne di indossare busti, giubbe e collari che non fossero sufficientemente alti “quod in totum mammillae coperiantur” , da coprire del tutto il seno. Pena una multa di cinquanta lire imperiali per le donne e di venticinque lire per le sarte.

Il sedicesimo vietava agli uomini di portare vesti o giornee tanto corte da non coprire i “pudibunda”, gli organi genitali o la “forma pudibundorum” sia che indossassero “caligas clausas sive non”. Per “caligae” si intendevano calze aderenti alla gamba che, di panno, di seta o di velluto, talora l’una di colore diverso dall’altra. si legavano al corsetto. Soprattutto veniva fatto divieto agli uomini di ballare se nelle movenze della danza i “pudibunda “ e la loro forma non restavano completamente coperti.

Suscita la nostra curiosità la modalità con cui venivano applicate tutte le pene di ordine suntuario. La multa spesso di somma ingente spettava per metà al delatore, per la quarta parte ai Magnifici Rettori della città e per la rimanente quarta parte ai Giudici “Stratarum”, alle strade. Il Comune traeva utili dall’inosservanza della legge, ma soprattutto li traeva lo spione che aveva sporto denuncia. La delazione era ampiamente incoraggiata.

Particolare attenzione era dedicata all’abbigliamento delle prostitute cui era fatto obbligo di portare segni distintivi della loro professione. Sotto il dominio visconteo una mantellina bianca con la figura di una scrofa o di una vacca, in epoca veneziana una mantellina di fustagno giallo sostituita nelle disposizioni cinquecentesche da “uno vestimento con liste tre di altro colore che sempre si possino vedere et se si contraffanno gli sia pena d’esser frustate in piazza”.

Frustate pubbliche quindi, probabilmente alla berlina che si trovava nella platea Magna, l’attuale piazza Reginaldo Giuliani, per le meretrici colpevoli di trasgressioni. Oltre naturalmente alle multe e qualche volta alla prigione. Così era anche per i lenoni costretti a portare un cappuccio rosso con tanto di sonaglio.

Dobbiamo alle attente ricerche di Maria Mencaroni e Laura Bruni il recupero delle informazioni su un tema altrimenti poco conosciuto e facciamo riferimento alla loro pubblicazione, citata in bibliografia.

Le meretrici “così casalenge come publice” dovevano esser “redutte in loco separato dalle altre persone, come animali contagiosi” e non intrattenersi mai con le “bonae matronae” o le “mulieres laudabilis vitae”.

Interessante la distinzione tra “casalenge” e “publice”. Gli statuti vietavano, anche se con scarso successo, la prostituzione nelle strade o nelle abitazioni private. Era sufficiente la testimonianza di sei persone di buona fama residenti nella vicinia o sermplicemente una cattiva reputazione per costringere la “casalenga” inosservante a scontare la pena prevista e a “ridursi” nel “Locho publico” appositamente istituito e gestito dal Comune.

Le due studiose da noi citate hanno identificato tale ambiente in un’area immediatamente retrostante alla chiesa di San Michele dell’arco, nei pressi del palazzo che ospita l’attuale biblioteca Angelo May. Un’area quindi vicinissima al centro cittadino, anche se leggermente appartata rispetto alla strada di maggior traffico. Qui la Magnifica Comunità bergamasca era proprietaria di un’”habitatione per meretrici”, che dava in appalto ad un impresario con un’asta pubblica bandita ogni cinque anni.

Il meretricio “publico” era quindi non solo consentito ma legalizzato e regolarizzato, così “da divenire un’importante fonte di rendita per le finanze dello Stato”.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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