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Cultura

“Il termine della notte”, racconto della vacuità del male

Di Redazione28 agosto 2018 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
“Il termine della notte”, racconto della vacuità del male
John Mac Donald

Quattro individui, tre uomini e una donna, tutti giovani, attraversano il Sud degli Stati Uniti uccidendo, torturando e stuprando, senza nessuno scopo che non sia dare sfogo alla loro energia malata e al loro odio verso tutti.

Le vittime sono scelte a caso anche se a posteriori Sander Golden, il leader del Branco dei Lupi, così il gruppo viene soprannominato dai media, trova una paradossale motivazione per ogni cieco scatenamento della violenza. Golden, un beatnik senza coraggio, è tutt’altro che un capo carismatico, ma attraverso cocktail di droghe attentamente dosati rende i suoi accoliti pronti a scatenare gli istinti più disumani che covano già dentro di loro. In questo modo lui e gli altri tre diventano una sorta di esperimento sui limiti dell’amoralità.

I quattro finiranno i loro giorni sulla sedia elettrica in Alabama. Proprio dalla descrizione della loro morte comincia il romanzo di John Mac Donald “Il termine della notte” (Mattioli 1885, 280 pp., 16 euro ), pubblicato nel 1960 negli Stati Uniti e ora rieditato in una nuova traduzione di Nicola Manuppelli.

La scelta di collocare la fine di tutto all’inizio della narrazione ha un chiaro effetto straniante, togliendo alla morte dei “cattivi” ogni carattere di lieto fine. Per di più il racconto dell’esecuzione è condotto da uno dei secondini che la descrive in una lettera a un amico con tono compiaciuto, divertito e cinico. Gli eventi sono narrati da quattro punti di vista diversi: al secondino seguono e si alternano un anonimo narratore, l’avvocato del Branco di Lupi e uno degli assassini, Kirby Stassen, studente universitario di buona famiglia e buoni studi, che in un diario dal braccio della morte ripercorre la propria vicenda cercando improbabili significati esistenziali.

Questa pluralità di prospettive serve per così dire a raffreddare il coinvolgimento emotivo del lettore per l’efferatezza dei delitti, per lo più evocati e non narrati. Nello stesso tempo la scelta di lasciare l’orrore quasi del tutto fuori dalla narrazione, da’ modo a Mac Donald di condurre un riflessione sulla natura umana.

Allo scrittore bastano due ampi episodi per rendere in modo convincente l’idea della nullità assoluta che guida le gesta dei suoi antieroi: il primo omicidio, un agente di commercio umiliato e assassinato ai bordi di un’autostrada. E l’ultima morte, quella di una bellissima ragazza rapita dal branco, che perde la vita casualmente senza l’intervento diretto dei malviventi, paradossalmente dopo che uno di loro ha cercato di liberarla. I due fatti sono rievocati dal giovane studente che li descrive più come uno spettatore stupefatto che come un attore consapevole dell’orrore di cui è responsabile. Lo scrittore, amato non a caso da romanzieri dell’inquietudine come Stephen King e Kurt Vonnegut sembra affermare in tal modo che la società statunitense, e forse la realtà intera, è in preda di un caos etico impossibile da risanare o anche solo limitare.

Indicativo è il modo con cui vengono rappresentati i media – giornali, radio, televisione – già all’epoca desiderosi di spaventare il pubblico e nello stesso tempo affascinarlo rendendo perversamente epici eventi di per sé tragici. In questa prospettiva non vi sono personaggi che incarnino una salda positività capace di contrastare la negatività assoluta dei quattro assassini. Le poche figure non negative esprimono soprattutto il senso di spaesamento e incomprensibilità di fronte a azioni prive di un movente plausibile e concettualizzabile.

Lo sceriffo della contea in cui avviene l’arresto è impegnato a fare della cattura del Branco di Lupi la piattaforma elettorale vincente per la sua rielezione, senza soffermarsi più di tanto sul significato di quanto accade. L’agente Fbi incaricato delle indagini appare perennemente invecchiato e soprattutto stanco del male inestirpabile che deve combattere. Il padre della ragazza rapita e uccisa, un abile chirurgo, cerca una spiegazione ispirata ai principi razionali della scienza per quanto succede alla figlia

ma la sua catena di riflessioni lo conduce solo alla deriva di una disperazione controllata, ma senza fine. Quanto all’avvocato difensore dei quattro è il personaggio delineato con maggiore sarcasmo perché interpreta il suo ruolo senza neppure giungere alla spregiudicatezza necessaria per evitare un verdetto già scritto. Dalle sue “memorie”, del caso spicca la sua mediocrità intellettuale e etica che gli impedisce di entrare in relazione con i suoi clienti, di cui cerca inutilmente il rispetto e la collaborazione fino a giungere alla constatazione della loro inafferrabilità. I quattro, a loro volta, non hanno il fascino malato dei grandi personaggi abietti, ma agiscono immersi in una specie di assuefazione pura e semplice alla crudeltà. A un certo punto Kirby Stassen scriverà nel suo diario che uccidevano perché era l’unico modo per continuare a stare insieme.

Con una scrittura secca e incalzante che comunica disillusione di fronte alla realtà, il romanzo di Macdonald ricorda certi film senza eroi di Clint Eastwood – “Un mondo perfetto” e “Mystic river” – in cui è evidente la ricerca frustrata di un senso morale sostanzialmente introvabile di fronte al mistero della natura umana. Ma rispetto a Eastwood, l’amarezza di “Il Termine della notte” è più profonda e considerando l’epoca in cui fu scritto, possiamo definire il romanzo come il lucido annuncio di un decennio esplosivo per gli Stati Uniti, segnato dalla violenza in ogni forma.

Giorgio Scudeletti

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