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Storia

Bergamo scomparsa: i nuovi ricchi della città

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Bergamo scomparsa: i nuovi ricchi della città
Un dipinto di Lorenzo Lotto

Il contesto delle leggi suntuarie da noi esaminate nelle due puntate precedenti rende più facilmente comprensibile il succedersi degli analoghi provvedimenti in terra bergamasca.

Nella nostra città tali decreti legislativi appaiono in epoca relativamente tarda, forse, come sostiene il Pinetti, “per la remora che esercitavano i religiosi ancora ascoltati dalla popolazione” o più probabilmente perché la nobiltà bergamasca, già poco incline allo sperpero, non disponeva delle risorse proprie dei ceti alti di altri centri urbani.

I primi provvedimenti suntuari si trovano negli statuti del 1331 che inibivano ai bergamaschi di ornare le vesti con guarnizioni di oro, argento e perle, nonché di usare nella confezione degli abiti panni più costosi di quaranta soldi al braccio. Erano esentati “milites et uxores militum”, ai quali erano concessi panni di maggior prezzo. Il termine “milites” chiaramente non ha solo un significato di tipo militare, ma indica una distinzione di classe, la nobiltà di antica origine o coloro che in qualche modo erano entrati a farne parte. Nei successivi statuti trecenteschi le norme restavano immutate.

La seconda metà del Quattrocento, tempo di pace, vide la crescita della produzione e dei commerci, la ricostruzione della città semidistrutta dalle guerre. Nuovi ricchi si affacciavano sulla scena anche politica della città. Assisteremo ad esempio in un prossimo incontro all’ascesa del mercante Paolo Cassotti, da pochi decenni arrivato dalla Val d’Imagna, ma citato nell’estimo cittadino come uno dei maggiori contribuenti ed entrato a far parte del consiglio maggiore. Come lui anche altri e le classi emergenti non volevano restare nell’ombra.

Gli sfoggi crescevano a tal punto che il 6 gennaio 1482 il maggior consiglio nominava una commissione di sei deputati “contra pompas mulierum… quae maxime fiunt”, contro i lussi delle donne, che massimamente aumentano. Le proposte entrarono a far parte del nuovo statuto del 1491, di cui è conservato l’originale nella Biblioteca Angelo Mai.

I primi capitoli proibivano alle donne bergamasche di qualsiasi età e di qualsiasi condizione “quamvis aetatis et condicionis”, vesti, maniche, pettorine, manicotti, fermagli e collane, colletti, copricapi, orecchini, ghirlande il cui valore fosse superiore ai tre ducati d’oro. Si insisteva particolarmente sugli ornamenti posticci,“vestibus annexa”, ornamenti di stoffa di uso antico a ricamo d’oro. Anche contenuti nel prezzo di tre ducati vesti e monili probabilmente erano pregiati. Quelli che superavano tale prezzo si suppone fossero guarniti di perle, gemme o pelliccia. Lo statuto risulta quindi un documento estremamente utile per informarci sull’abbigliamento femminile del tempo.

Una condizione di privilegio spettava alle mogli dei cavalieri aurati, titolari di una dignità concessa dal governo veneziano e frequente nella nobiltà. Esse potevano possedere e indossare sia in privato che in pubblico una veste ed un paio di maniche di stoffa più costosa rispetto alla cifra indicata e anche tessuta d’oro o d’argento. La stessa stoffa era consentita nelle vesti delle mogli dei dottori, dei giuristi e dei medici, con il divieto dell’uso dell’oro e dell’argento. Le prime potevano inoltre possedere due vesti di seta con relative maniche, le seconde una sola veste di seta che non doveva essere di colore cremisino, cioè di un rosso intenso.

Al pagamento delle eventuali sanzioni erano tenuti mariti, padri, fratelli, suoceri o comunque capifamiglia delle abitazioni in cui le donne alloggiavano.

Per quanto riguarda l’abbigliamento maschile ai soli cavalieri aurati erano permessi vesti, copricapi, giubboni di stoffa d’argento ancorché drappi d’argento applicati in alcuna parte del vestiario. Tutti capi rigidamente vietati al resto della popolazione.

L’undicesimo articolo riportava poi un elenco precisissimo dei lavoratori dediti ad “artes viles”, mestieri manuali di scarso decoro: macellai, falegnami, muratori, trasportatori, lapicidi, rivenditori di vino e di olio, fabbri, pellicciai, marescalchi, tessitori, contadini, lavoratori del ferro, fornai, tavernieri e mugnai.

Alle loro mogli e alle loro figlie era vietato indossare vesti con cinture o maniche di seta, d’argento o d’oro nè panni di “grana”, termine che probabilmente indicava il colore scarlatto. Erano permessi solo un anello e una cintura il cui valore non eccedesse i due ducati.

Altre disposizioni vennero varate nel corso dei due secoli successivi con restrizioni ed esenzioni sempre più ampie man mano che i ceti intermedi si arricchivano e assumevano atteggiamenti e abbigliamenti fino ad allora riservati ai “maggiori”. Vedremo nel prossimo incontro come lo statuto contenesse anche capitoli di più esplicito contenuto moralistico.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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