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Cultura

Recensione: “La casa dei bambini” di Michele Cocchi

Di Redazione15 marzo 2018 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Recensione: “La casa dei bambini” di Michele Cocchi
Michele Cocchi

Alcuni bambini sono radunati in una “casa” che è in realtà un orfanotrofio. Buona parte di loro è scampata a una ribellione cruenta, tanto che qualcuno mantiene un ricordo ora vago ora spaventoso di violenze, incendi e morti avvenute durante un passato forse non lontano ma in un tempo imprecisato . Intorno alla casa si sente ancora qualche boato e si vedono bagliori che sormontano le mura. Tuttavia i bambini sono inseriti in un mellifluo sistema di accudimento e imprigionamento che si regge sulla dinamica infrazione-punizione e non possono fare troppe domande su ciò che accade oltre le mura.

Così i rumori e i bagliori sono, nella versione di chi lavora dentro la casa, “una gara automobilistica”. Il direttore e le “mamme”, figure ibride simili alle moderne educatrici ma con i tratti delle arcaiche sorveglianti, si occupano di cancellare ogni curiosità. In ogni caso, se l’ospite della casa diventa incontrollabile, per lui è pronta l’iniezione calmante.

Questo è il contesto iniziale del romanzo di Michele Cocchi, “La casa dei bambini” (Fandango, pp.260, 15 euro). La vicenda si sviluppa lungo infanzia, adolescenza e età adulta dei protagonisti. In ciascuna di esse la “casa” è una presenza fisica ma soprattutto psicologica che vive costantemente dentro i personaggi. Un luogo a volte insopportabile al punto da spingere alla fuga. Ma anche l’unico posto in cui ognuno di loro ha sviluppato relazioni autentiche che somigliano molto alle dinamiche di una famiglia, per quanto i genitori non esistano. Il legame è tanto forte che temendo il distacco e la solitudine, uno dei bambini, Giuliano, ostacola i compagni che potrebbe trovare una famiglia adottiva durante la “scelta”, la visita del sabato da parte di possibili genitori. Sandro, Nuto, Giuliano, Gioele, Paolo, Viola, Dino sono piccole esistenze che imparano a sostenersi a vicenda in un microcosmo in cui si alternano affetto e brutalità strisciante. Questa “casa” è comunque una paradossale dimensione protettiva rispetto a un mondo che, pur lasciato con fatica fuori dalle sue mura, vi si introduce in due modi: attraverso la “scelta” e con l’inevitabile imporsi della realtà esterna, ciecamente violenta, che col tempo demolirà l’orfanotrofio.

Non si può comprendere quale sia il contesto geografico e cronologico della vicenda, che l’autore sceglie di rendere indeterminati, ma con tratti chiaramente riconoscibili. A dimostrazione di questo, nella seconda parte del romanzo si parla di un conflitto tra “Partito” e bande di “ribelli” molto simile alla guerra civile italiana del 43-45: “ribelli” erano definiti i partigiani da parte dei nazifascisti. E secondo una dinamica presente nelle bande partigiane, ognuno dei “ribelli” assume un nome di battaglia che significa anche la costruzione di una nuova identità. Le dinamiche della guerra sporca tra bande e esercito, fatta di rastrellamenti, torture, omicidi e spie, sono presenti nella vicenda di uno dei protagonisti, Nuto. Diventato adolescente e rapito dai “ribelli” affinché uccida il padre adottivo, fiancheggiatore del “Partito”, il ragazzo esemplifica il momento della scelta nel passaggio tra infanzia e età adulta. La sua progressiva e tormentata maturazione politica passa attraverso la decisione cruciale del possibile omicidio del padre, che è più un datore di lavoro duro e cinico che non un genitore. Ma più della causa politica è ancora una volta la “casa” a orientare la volontà del ragazzo quando riconosce in una delle ribelli, Lina, la sorella dell’ex compagno Sandro. Questa agnizione manda in crisi i fragili equilibri della banda perché Lina, sconvolta dalla rivelazione dell’esistenza in vita del fratello creduto morto, compirà scelte estreme.Per quanto Nuto ritrovi nella banda una sorta di microcosmo simile alla “casa”, costruito sul crinale sottilissimo tra violenza e solidarietà, essa non riesce a diventare per lui la famiglia che aveva trovato nell’orfanotrofio. L’ambiguità dell’ambiente in cui Nuto si ritrova sempre più disorientato esplode quando il ragazzo deve fare i conti con la sua sostanziale estraneità al contesto storico che lo circonda. Costretto a decidere se proteggere Lina o rimanere fedele alla banda, sceglie la donna in nome dell’appartenenza alla “casa” ovvero all’umanità che è più importante di ogni causa. Proprio in questa parte del libro che si connota come la più avventurosa si scorge quanto questo romanzo sia una vicenda di personaggi più che di peripezie. La volontà di Cocchi è quella di fare dei suoi protagonisti l’origine di ogni evento del libro e di ricondurre alle loro psicologie le diverse sfumature delle vicende che compongono la trama.

Alla fine del conflitto sembra dominare un ritorno alla normalità garantito dal governo degli ex ribelli che hanno sconfitto il “Partito” nella guerra civile. In realtà la società scaturita dalla guerra civile non è in pace, ma solo anestetizzata da un brutto welfare e dalla televisione. Tutti i bambini della casa hanno subito gli effetti del conflitto, perdendo la vita o uscendone psicologicamente indeboliti o devastati. Dino, Giuliano e Sandro non hanno mai trovato la piena realizzazione di sé, pur avendola cercata nel lavoro per il partito dominante o nell’arte circense. E soprattutto continuano a inseguire il loro passato in un’indagine esistenziale che li riporta necessariamente al luogo in cui sono cresciuti. Dino, affetto da una malattia mortale, vuole tornare per un’ultima volta a vedere la “casa”, recuperando quel senso che nella vita non ha mai afferrato. La sua visita finale alla “casa”, stimolata da Giuliano, ormai ambiguo maggiorente del partito di potere, non è quindi un ritorno alle origini quanto l’ultimo momento di esistenza autentica.

Il romanzo di Cocchi è riuscito e di buon livello grazie alla capacità che l’autore dimostra nel costruire personaggi di profonda complessità psicologica attraverso le loro azioni e i loro dialoghi. L’atmosfera è ispirata a una apparente medietà in cui i drammi sono presenti ma vengono sempre stemperati, spesso solo evocati e non descritti, lasciati per così dire, fuori scena. La scelta di un’ambientazione quasi distopica accentua tale carattere. In questo, il romanzo di Cocchi ricorda uno dei capolavori del premio Nobel Ishiguro, “Non lasciarmi”, come è simile anche nella sottile presenza di un dolore e di un disagio esistenziale che i personaggi si portano addosso come un dato naturale ineliminabile.


Giorgio Scudeletti

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