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Storia

Bergamo scomparsa: divieto di sfarzo, ma non per tutti

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Bergamo scomparsa: divieto di sfarzo, ma non per tutti
Ritratto di donna di Raffaello

Le legislazioni suntuarie duecentesche tendevano soprattutto a moderare gli sprechi e a mortificare in modo generalizzato lo sfarzo delle apparenze, stemperando le diversità tra le classi sociali. Ma già nell’ultimo periodo comunale mostravano una finalità ben diversa che si realizzava attraverso la pratica delle esenzioni.

In ogni centro urbano le disposizioni esimevano dai divieti classi di cittadini privilegiati, contribuendo a rafforzare e a rendere più esplicite le differenze di ceto. A Siena, in seguito alla proclamazione di una legge del 1330 solo cavalieri, giudici, notai e medici con le rispettive consorti e figlie potevano indossare cinture con perle e pietre preziose, nonché copricapi ornati di gemme o foderati di vaio. Tali capi d’abbigliamento erano rigorosamente vietati al resto della popolazione.

Analoghi esempi si possono rilevare nella maggior parte degli statuti del tempo disseminati di precisissime, quasi ossessive descrizioni dei beni vietati dalla legge, ma permessi ai ceti previlegiati. Anche il sistema delle multe, evitando il sequestro del capo d’abbigliamento, contribuiva a vanificare le norme. Le ordinanze prescrivevano i divieti, ma a lato di ognuno di essi precisavano l’entità della sanzione. A Bologna una borsa d’oro o d’argento o di seta non poteva superare le cinque libre di peso, pena venti lire; a Prato non si potevano portare più di tre anelli alle dita, pena venti soldi per ogni anello in più.

In alcuni casi le disposizioni menzionavano invece in modo inequivocabile le categorie di lavoratori, cui era severamente inibito l’utilizzo di determinate vesti o gioielli. In particolare a Bologna, ai contadini era vietato ogni tipo di ornamento. Lo stesso divieto lascia supporre che qualcuno di coloro che esercitavano i lavori dei campi, “opera rusticalia” potesse anche permettersi le multe previste per le vesti di pregio, ma il legislatore preferiva depotenziare le possibilità economiche pur di conservare inalterato l’ordine sociale.

Soggette a restrizioni erano comunque a partire dal Quattrocento soprattutto le classi intermedie, le cui nuove disponibilità di capitali mobili costituivano una minaccia per una società basata su una diversità di ruoli e di corrispondenti diritti. Faceva eccezione Venezia dove, a quanto ci risulta, le normative suntuarie non contemplavano esoneri o privilegi.

Significativo un episodio raccontato da Marin Sanudo. Il linguaggio privo di elaborazione letteraria e del tutto aderente al reale ci fa rivivere come attuale il momento dell’incoronazione dogale di Andrea Gritti. Sulla sommità dello scalone del palazzo dogale il consigliere più anziano pone sul capo di Sua Serenità la zoia, il sontuoso corno dogale ricco di un gran numero di pietre preziose. Ma nessuno fra il pubblico batte le mani. Invano il nuovo Doge ripete la Promissione dicendo di pace, libertà giustizia, ricchezza. Nessuno fra il pubblico batte le mani. Poi tutti gli occhi si appuntano sulla figura della nipote del Doge. Benedetta Pisani, bellissima nella sua veste di restagno d’argento intessuto di fili in foglia d’oro sale le scale per rendere omaggio al nonno. Ma le parole di Sua Serenità risuonano severe e solenni, tanto da far tacere il brusio della gente: “Questa veste è proibita dalla legge! E voi non avete avuto licenza! Tornate quando avrete indossato una veste diversa!” La folla prorompe in un applauso. Molti finalmente gridano “Viva Gritti!”. Il cronista si limita a riportare i fatti di prima mano senza commenti ma a noi, così come probabilmente a molti veneziani di allora, resta il dubbio che si tratti di una messa in scena probabilmente escogitata dallo stesso Andrea Gritti, per conquistarsi il favore di una folla ostile.

Il dubbio comunque nulla toglie al valore del fatto come indicativo della rilevanza di cui godevano a Venezia le leggi suntuarie. Per amor di verità dobbiamo aggiungere che le disposizioni erano spesso disattese e le donne veneziane brillavano per eleganza di vesti e splendore di gemme soprattutto in occasione delle visite in città di personaggi stranieri illustri. Ma in tal caso si chiudeva un occhio perché il lusso non appariva come privilegio individuale o di ceto, ma piuttosto come manifestazione della ricchezza e della potenza dello stato.

Le leggi suntuarie rimasero in vigore fino alla rivoluzione francese. In occasione della convocazione degli Stati generali gli abiti neri con cravatta bianca imposti per legge ai rappresentanti del Terzo Stato in contrasto con lo sfarzo dei nobili divennero simbolo dei nuovi ideali. Il primo intervento legislativo dell’Assemblea rivoluzionaria il 29 ottobre 1793 dichiarava: “Ognuno è libero portare gli abiti e gli accessori del suo sesso che preferisce”.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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