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Storia

Bergamo scomparsa: arrivano i divieti sui vestiti sfarzosi

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Bergamo scomparsa: arrivano i divieti sui vestiti sfarzosi
Ritratto di gentildonna, di Lorenzo Lotto

Negli ultimi incontri abbiamo attentamente esaminato strutture e funzioni dell’Hospital Grande, del Lazzaretto e della gloriosa istituzione assistenziale ancor oggi attiva e nota come Mia.

Protagonisti di ben tredici puntate sono stati i malati, i poveri, gli appestati, ma soprattutto la classe dirigente cittadina attiva e capace di fornire alla popolazione un’organizzazione sanitaria in linea con i tempi. Ma i bergamaschi, probi e solerti, non disdegnavano lusso e piaceri e ne possiamo trovare notizia nelle cosiddette leggi suntuarie, disposizioni legislative che erano allora finalizzate a limitare lo sfarzo delle vesti e delle cerimonie, ma oggi costituiscono preziosi documenti della moda e delle usanze dei tempi.

Già in uso in epoca romana, assenti in età altomedioevale, a partire dal XIII secolo le leggi suntuarie tornarono ad essere promulgate in quasi tutti i Comuni dell’Italia centro settentrionale per divenire poi frequentissime nel Rinascimento. La legislazione civile trovava necessario supporto nella dottrina cristiana di lotta alle vanità e si avvaleva spesso dell’opera dei predicatori, soprattutto francescani e domenicani, che volentieri accoglieva nelle proprie piazze.

Autorità ecclesiastica ed autorità civile si affiancavano nell’opera di disciplinamento dei costumi. Nel 1279 il Legato apostolico di Papa Niccolò III per la Lombardia, cardinale Malabranca emanava il decreto ”De habitu mulierum”, decretando tra le altre norme che lo strascico delle vesti femminili non potesse superare la lunghezza massima di un palmo. Interessante il fatto che l’ingiunzione fu comunicata in chiesa come precetto, la cui trasgressione era ritenuta peccato mortale che il sacerdote ordinario non poteva assolvere.

A tale ordinanza si ispirarono molte delle successive disposizioni civili ancorché diverse in ciascuna delle singole città e rispondenti più ad esigenze di carattere economico e sociale che non a motivazioni di tipo moralistico. Lo strascico, la cosiddetta “coda” continuò ad essere al centro dell’attenzione del legislatore insieme ai gioielli, alla foggia dei corsetti e delle maniche, spesso considerate disgiuntamente dalle vesti proprio perché separabili e intercambiabili.

L’osservanza delle disposizioni era sottoposta ad un controllo notarile ed in molte città vennero attivati funzionari che si appostavano in luoghi affollati, soprattutto all’uscita dalle chiese dopo le messe domenicali, per l’accertamento delle inadempienze. Non sempre con successo, come risulterebbe da un episodio verificatosi a Bologna nel 1286, quando il tentativo di un notaio di prendere a forza le misure della “coda “ di una dama troppo elegante suscitò una vera e propria sedizione.

Veniva ampiamente favorita le delazione e in alcune città, fra le quali vedremo anche Bergamo, si arrivò alla decisione di assegnare una parte dell’introito delle ammende a coloro che denunciavano l’inadempienza, fatto salvo il controllo della veridicità della segnalazione. L’accusatore poteva mantenere l’anonimato. La pena di carattere civile consisteva in una multa di notevole entità e veniva inflitta anche a “sutores” e “sutrices”, sarti e sarte che si erano prestati a confezionare il capo. Mariti, padri e fratelli erano chiamati a rispondere della trasgressione e a pagare.

A Venezia, dove le disposizioni erano molto scarsamente osservate, si arrivò fino a comminare il carcere per gli inadempienti e l’esilio perpetuo per i sarti. Nonostante ciò i diari di Marin Sanudo citano sfarzo di vesti e di gioielli, costosi ornamenti di perle, bottoni d’oro e ambra, pellicce di martora, ermellino e lupo cerviero, maniche foderate di pelli pregiate, nonché la novità di scollature procacissime che lasciavano il petto completamente scoperto.

Il valore delle “gioie” che si potevano sfoggiare non doveva superare i mille ducati, cifra comunque considerevole ed equivalente alla dote media di una donna del patriziato. Ma in una lettera dell’oratore milanese a Galeazzo Sforza si legge che una donna veneziana non si poteva considerare ben vestita se non indossava vesti e gioie per un valore di almeno cinquemila ducati.

Considereremo nella prossima puntata un altro aspetto delle leggi suntuarie, che divennero ben presto un mezzo per preservare la stabilità dell’ordine sociale.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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