iscrizionenewslettergif
Logos Politica

Opposti e paralleli: i due volti del populismo italiano

Di Redazione29 Gennaio 2018 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Difficilmente Lega e Cinque stelle faranno accordi dopo le elezioni. Pescando nello stesso bacino sono costretti a competere

Opposti e paralleli: i due volti del populismo italiano
Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Il Paese sta vivendo una campagna elettorale surreale, tutti promettono tutto e giurano che manterranno le promesse in un continuo rilancio che farebbe impallidire un tavolo di poker .

L’Europa sta a guardare con qualche mal celato sconcerto, inviando, ogni tanto, un velato ammonimento, rivolto soprattutto al pericolo populista.

Berlusconi è riuscito a fare il miracolo di rimettere insieme il centrodestra, mostrando una non comune capacità di mediazione e di aggregazione, agevolato da una legge elettorale che sembra fatta a posta per esaltare le sue indubbie qualità di negoziatore, rimettendolo al centro della scena politica nazionale e riaprendogli spazi e credibilità in Europa che realisticamente è costretta a dargli credito.

Renzi nonostante si muova senza tregua dalle Alpi a Capo Passero e dall’uno all’altro mare, guida un Pd sempre più solo e confuso, annichilito dalla stessa legge elettorale che, concepita in funzione anti cinque stelle, volendo essere una solenne furbata s’è rivelata un boomerang non schivabile. Il resto, quello che vorrebbe essere la sinistra italiana, brancola tra il surreale e il comico.

Un caso a parte rappresentano invece due partiti, o meglio un partito e un movimento: i Cinque Stelle e la Lega. L’uno corre da solo, orgogliosamente e spocchiamente, sbandiera la propria diversità, e, impersonato da Di Maio che in abiti e modi prefettizi sorride mentre insulta e si fa serio mentre sciorina amenità, rappresenta il populismo più classico e pericoloso.

L’altro, la Lega, che fa parte della coalizione di centrodestra, incarna un populismo più trucido, più diretto, in qualche modo guascone. Lo impersona alla perfezione Salvini, un leader che è riuscito a riportare il partito a livelli percentuali rispettabili dopo lo scivolone al 4%, parlando alla pancia del suo popolo, cercando di dargli respiro nazionale riuscendo perfino a presentare liste in Sicilia.

I due leader hanno molto in comune, a partire dall’immigrazione dove, sia pure con toni e parole diverse, hanno la stessa idea del rimpatrio di massa immediato o alla Salvini dell’espulsione immediata, scremati gli aventi diritto di asilo; sulle tasse sono entrambi per la riduzione immediata, più articolata nella proposta di Di Maio, riduzione per le piccole imprese, per la parte più povera della popolazione, forse introduzione della patrimoniale, mentre Salvini è più diretto e spiccio: Flat Tax, più comprensibile, aliquota unica.

Quanto all’Europa sono entrambi contro sia pure con toni diversi ma sostanzialmente simili, la soglia del famoso 3% è per entrambi non un vincolo ma una raccomandazione tranquillamente eludibile al bisogno. Sul piano dei rapporti internazionali simpatizzano entrambi per Putin e adesso anche per Trump (avranno avviato rapporti con Marchionne?).

Entrambi si rivolgono alla stessa area di elettori, sembrano destinati, dopo le elezioni ove non si potesse trovare una maggioranza per formare un governo, a coalizzarsi forti, presumibilmente, di un’ampia maggioranza.

Ciascuno, come del resto tutti i contendenti protagonisti di questa campagna elettorale, cerca di tenersi le mani libere per vedere quali saranno gli scenari possibili ad elezioni avvenute.

I due capi del populismo italico difficilmente faranno accordi; il rapporto di ciascuno dei due e dei rispettivi partiti con il potere è assolutamente diverso: gli uni, i Cinque Stelle, sono un movimento anti-sistema e su questo tema hanno fondato le loro fortune elettorali, e quindi sia pur proponendosi di governare il Paese, in vista del fatto che potrebbero essere il primo partito d’Italia, devono farlo stando attendi a non tradire la base elettorale che li ha premiati, senza dare l’impressione d’essersi venduti al potere e quindi non possono allearsi con nessuno, hanno l’obbligo d’essere diversi da tutti quelli che ci sono stati prima, ad ogni costo.

La Lega invece ha sempre avuto l’aspirazione a governare per cambiare il sistema, difendere l’indipendenza nazionale, la sovranità nazionale e dunque ha solo bisogno di alleati che rispettino questa aspirazione. Stanno nel centrodestra perché vogliono vincere e tentano di avere un risultato che li indichi come partito più forte della coalizione rivendicando così il diritto a guidarne le scelte. Certamente dovranno fare i conti con Forza Italia che sembra in recupero costante di consensi e con il suo leader che saggiamente glissa sulle uscite anti europee di Salvini.

I due quindi, Lega e Cinque Stelle, pur rappresentando il populismo italico e pescando nelle stesse acque sono costretti a competere perennemente senza mai potersi alleare.

Rimane comunque aperto il tema della credibilità delle promesse elettorali, della palpabile disillusione di una larga parte dell’elettorato italiano al quale nessuno parla di lavoro, scuola, sanità, pensioni, riequilibrio sociale, produttività, politiche strutturali di sostegno alla famiglia, recupero delle diseguaglianze, diritto alla salute, recupero del potere d’acquisto dei salari, in sostanza di tutti quei problemi della dura quotidianità che la crisi ha acuito e reso, per un numero sempre crescente di italiani, drammatici.

Giuseppe Petralia

Rossi e Gori: il nostro programma per la Valbrembana

Rossi, Gori e MartinaBERGAMO -- Visita in Valbrembana per i candidati del Pd alle prossime regionali, Matteo Rossi ...

Renzi difende le candidature. Ma è tensione nel Pd

Matteo RenziROMA -- Concluse le liste dei candidati alle elezioni del 4 marzo Matteo Renzi spiega ...