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Cultura

Inox, la classe operaia non va più in Paradiso

Di Redazione8 gennaio 2018 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Inox, la classe operaia non va più in Paradiso

Uno dei luoghi comuni più ripetuti dagli anni Ottanta in poi è la scomparsa di quella che era chiamata la “classe operaia”, un termine che fino a quando gli autunni erano “caldi” suscitava orgoglio negli operai e una certa inquietudine in chi operaio non era. Poi, secondo la vulgata, il toyotismo e i processi di automazione tecnologica avrebbero progressivamente diminuito numero, ruolo e peso degli operai nei cicli produttivi. La realtà attuale ci mostra una situazione diversa nella quale la “classe operaia” probabilmente non è più tale, ma i lavoratori industriali non sono certo diventati un’infima minoranza. Hanno subito un deciso ridimensionamento rispetto al proprio ruolo sociale e loro stessi si sono trasformati nella mentalità, sviluppando una percezione di sé molto meno politica. Anche l’orgoglio di mestiere sembra decisamente inferiore rispetto a decenni fa, per quanto non sia scomparso.

Per capire questo bisognerebbe entrare nei reparti produttivi e viverli quotidianamente. Questo è ciò che riesce a fare il romanzo di Eugenio Raspi “Inox” (Baldini e Castoldi, pp.251,16 euro) scritto da un autore che ha lavorato per vent’anni come tecnico specializzato dentro una delle più grandi acciaierie italiane, la Terni, città-fabbrica e fabbrica-città (come dalle nostre parti è accaduto in scala minore a Dalmine e alla Dalmine), già narrata in modo ammirevole da Alessandro Portelli nelle sue opere imperniate sulla storia orale. Raspi parla di un ambiente lavorativo e sociale e di un arcipelago di mentalità individuali che ha conosciuto e di cui era parte, mantenendo la narrazione entro una prospettiva partecipe, ma non acritica. L’autore in una lettera di qualche mese fa a Conchita De Gregorio raccontò la sua vita divisa in tre momenti: i ventuno anni alla Terni conclusi con un licenziamento ingiusto nel 2013 a quarantasette anni – poi risarcito economicamente ma senza reintegro. I tre anni di inutile ricerca di una nuova sistemazione lavorativa, e l’inizio della depressione. E infine la volontà impellente e quasi invincibile di praticare la scrittura, una passione giovanile che si è imposta a lui fino a diventare il nuovo lavoro tanto cercato.

Inox è un romanzo senza eroi, in cui protagonista è un piccolo gruppo di operai, la “squadra C” di cui il narratore è membro, tanto che buona parte della storia è svolta nella prospettiva di un “noi”. Ognuno dei componenti è disegnato secondo caratteristiche che danno la misura della loro umanità, pieni di contraddizioni per cui nessuno possiede una positività indiscutibile o una negatività irredimibile. Il motore della vicenda romanzesca è la costante tensione reciproca che esiste tra alcuni operai della squadra “C” e quella ancora più forte e aspra tra il capo-squadra Sergio Asciutti e suo fratello Claudio, amministratore delegato dell’azienda. Né l’operaio, né il manager sono Caino e Abele, quanto piuttosto Caino l’uno per l’altro.

Tutto precipita dopo un grave incidente agli impianti provocato in egual misura dall’eccessiva sicurezza di uno dei carropontisti della squadra C, operaio dal carattere difficile, e dall’obsolescenza dei macchinari. Si tratta della simbolica riproposizione dell’insuperabile rapporto conflittuale uomo-macchina in cui la seconda, apparentemente dominata e controllata dalla tecnologia, mantiene un suo carattere di imprevedibilità spaventosa. Da quel momento le dinamiche ribollenti del piccolo gruppo, nel quale permane un difficile senso di solidarietà, implodono, tanto quanto si acuisce il contrasto tra il fratello operaio e il fratello amministratore delegato. Il primo, comunque oggettivamente corresponsabile dell’accaduto in quanto capo-squadra, non viene sanzionato. Segnato dal senso di colpa per questa “salvezza” dovuta alla parentela illustre, utile e scomoda, cerca comunque di aiutare maldestramente il collega che invece viene duramente emarginato dai reparti produttivi, avviando così un drammatico domino. Il secondo bada alle onnipresenti problematiche di sicurezza non tanto pensando all’incolumità degli operai, quanto all’integrità produttiva che ogni fermata dei processi lavorativi metterebbe a repentaglio.

Il tutto avviene mentre sono in atto due fondamentali mutamenti per i fratelli e la fabbrica: il padre degli Asciutti, operaio di lungo corso brutalizzato in passato dalle forze dell’ordine durante uno sciopero, è ormai vicino alla morte. Questa sembra riflettere il passaggio di proprietà della vecchia acciaieria dai proprietari tedeschi a imprenditori russi, una dinamica che apre la strada a molteplici incognite sul futuro.

Con parole chiare, nette, a volte cariche di un rabbia e di uno scoramento evidenti ma controllatissimi, Raspi delinea il mondo della fabbrica odierna. L’interazione tra l’uomo e la tecnologia è nello stesso tempo una componente necessaria e ineliminabile ma anche l’estremizzazione della perdita di controllo nei processi produttivi da parte del lavoratore. Questo determina a sua volta una perdita di professionalità che l’autore analizza con chiarezza in alcune pagine quasi saggistiche collocate a cavallo tra la prima e la seconda parte del romanzo: attraverso di esse si comprende cosa significhi oggi lavorare in fabbrica e come si tenti, a volte con pratiche sbagliate, di sfuggire a quella che un tempo si chiamava “alienazione”, specie in un settore altamente usurante come la siderurgia.

Lo scrittore non fa sconti alle debolezze nessuno, né di chi lavora nei reparti, né di chi guida le strategie produttive. Ognuno di essi merita, però, di essere guardato con severità, ma senza condanne perché sia l’operaio sia il manager agiscono in un contesto di globalizzazione i cui fini si rivelano oscuri e sostanzialmente incontrollabili. Tutti sono alle prese con un incombente e drammatico disorientamento.

Inox è un romanzo che narra non di perdenti, quanto di perdite, di necessari, chissà se inevitabili, compromessi al ribasso in cui l’unico senso è dato dal perseguire il proprio interesse individuale, come mostra l’amara conclusione della storia. Finita la classe operaia, sono rimasti gli operai.

Giorgio Scudeletti

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