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Storia

Bergamo scomparsa: la peste e il Lazzaretto

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Bergamo scomparsa: la peste e il Lazzaretto
Il Lazzaretto di Bergamo

Fin dalla metà del Trecento, a seguito della terribile “peste nera”, era sentita nelle città italiane la necessità della costruzione di un ospedale per gli appestati lontano dal centro abitato e collocato in posizione tale da evitare che l’aria infetta provocasse il contagio ai sani.

I numerosi studi dell’epoca, fra i quali ebbe particolare considerazione il “De preservatione a pestilentia” del milanese Cardone de’Spanzotis, evidenziavano infatti il carattere contagioso della peste, fino ad allora poco noto alla scienza medica. Era l’aere pestilenziale, la “mal’aria”, a provocare la corruzione putrida del corpo.

Il problema, rinviato nella prima metà del Quattrocento, tornò a presentarsi con urgenza durante le pestilenze che interessarono l’Europa nella seconda metà del secolo. Fu Venezia la prima città a provvedere alla bisogna. Fin dal 1423 aveva destinato un’isola poco lontana dall’attuale Lido al ricovero di persone e merci provenienti da paesi infetti. Sull’isola esisteva una chiesa gestita dai frati rremitani dedicata a Santa Maria di Nazareth e forse proprio da tale dedicazione derivò il nome all’edificio che sembra sia stato originariamente chiamato “nazaretto”. A tale termine la sovrapposizione del nome del patrono dei lebbrosi, San Lazzaro, portò alla denominazione “lazzaretto” che fu estesa a tutti gli edifici successivamente destinati in Europa a tale uso. Nel 1468 in un’altra isola dall’altra parte della laguna fu edificato un lazzaretto nuovo destinato ad accogliere i malati sospetti, mentre al vecchio lazzaretto restava la funzione di ricoverare gli appestati accertati.

A Milano il lazzaretto fu realizzato tra il 1489 e il 1509 fuori Porta Orientale, nella zona posta a est del centro abitato. Sembra sia stata determinante ai fini della scelta del loco la considerazione della direzione dei venti dominanti che spiravano sulla città.

A Bergamo nel 1465, dopo discussioni e ripensamenti che dovettero durare a lungo, fu scelta per la costruzione del Lazzaretto la zona dell’attuale piazzale Goisis a lato dell’attuale campo sportivo. Esterna non solo alle mura antiche, ma anche alle muraine, l’area era sgombra di abitazioni, ma facilmente raggiungibile dai carri adibiti al trasporto dei malati. La presenza dei torrenti Morla e Tremana garantiva il necessario rifornimento d’acqua.

Il registro “Parti per la fabrica del Lazareto e spese per la fabrica” riporta i costi e le risorse impiegate. I proventi della Roggia Nuova furono utilizzati per l’acquisto di 111 pertiche di terre, mentre sopperirono alla spesa della costruzione le tasse provenienti dalle multe e dalle condanne criminali “et altre diverse”.

Ma la realizzazione andò per le lunghe e l’edificio era ancora in progetto quando si verificò il disastro. Nel 1503 un’epidemia di peste e di febbre tifoidee provocò un grande numero di morti soprattutto fra le classi povere. Sappiamo dalle ricerche della studiosa Colmuto Zanella che gli appestati venivano ricoverati sia nel romitorio di Santa Maria di Sotto, da tempo probabilmente adibito a quell’uso e oggi noto come Conventino, sia in località Ramera nel monastero isolato di Valmarina lasciato libero dalle monache benedettine, trasferitesi in città. Ma data la scarsa capienza dei due edifici possiamo supporre che i malati fossero ricoverati anche in capanne provvisorie in altre zone del suburbio.

Furono nominati quattro deputati con ampi poteri per provvedere all’assistenza sanitaria, ma fu soprattutto la Misericordia Maggiore a far fronte alle necessità inviando ogni giorno provviste di pane e di vino. “Ben poco valendo i rimedi – racconta il Belotti – si studiò di mandare alla chiesa di Santa Caterina quindici vergini che dovevano recitare centinaia di pater e ave davanti all’immagine della Santa con quindici candele nuove accese e quindi per tutta la giornata non vivere che a pane ed acqua”.

L’epidemia era ancora in corso quando il 7 maggio 1504 il Podestà di Bergamo accompagnato da tutto il clero e da tutto il popolo “con le debite e consuete solennità” poneva la prima pietra del nuovo Lazzaretto.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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