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Parola all'avvocato

Detenzione ingiusta: si può ottenere risarcimento?

Di Redazione27 novembre 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

L’avvocato Enrico Cortesi spiega l’istituto della riparazione dopo una custodia cautelare

Detenzione ingiusta: si può ottenere risarcimento?
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Egregio avvocato, qualche mese fa ho dovuto affrontare un processo penale e sono stato assolto. Siccome sono stato anche in carcere in regime di custodia cautelare, vorrei chiederle se ora posso ottenere una sorta di risarcimento.

Gentile lettore,
la cosiddetta riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione è stata introdotta nel 1988 ed è disciplinata dagli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale.

L’introduzione di tale istituto ha rappresentato il riconoscimento del principio secondo cui chi sia stato privato ingiustamente della libertà personale ha diritto ad una congrua riparazione per i danni morali e materiali patiti.
Infatti, è ormai pacifico che il cittadino che sia stato ingiustamente detenuto abbia un vero e proprio diritto soggettivo alla riparazione.

Per coloro che siano stati privati ingiustamente della libertà personale, lo Stato ha quindi l’obbligo di pagare una somma di denaro qualora sia definitivamente riconosciuta la fondatezza della domanda volta ad ottenere una equa riparazione.

Non sapendo esattamente quale sia stato l’esito del suo processo, di seguito le elenco chi ha diritto alla riparazione per ingiusta detenzione:
– chi è stato sottoposto a custodia cautelare e, successivamente, è stato prosciolto, con sentenza irrevocabile, perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, se non ha dato causa o non ha concorso a darvi causa per dolo o per colpa grave;

– chi è stato condannato e nel corso del processo sia stato sottoposto a custodia cautelare quando, con decisione irrevocabile, risulti accertato che il provvedimento di custodia cautelare è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli articoli 273 e 280 del codice penale.

– chi è stato sottoposto a custodia cautelare e, successivamente, a suo favore sia stato pronunciato un provvedimento di archiviazione o una sentenza di non luogo a procedere;

– chi è stato prosciolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, per non aver commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, per la detenzione subita a causa di arresto in flagranza o di fermo di indiziato di delitto, entro gli stessi limiti stabiliti per la custodia cautelare;

Enrico Cortesi

Enrico Cortesi

– chi è stato prosciolto per qualsiasi causa o al condannato che nel corso del processo sia stato sottoposto ad arresto in flagranza o a fermo di indiziato di delitto quando, con decisione irrevocabile, siano risultate insussistenti le condizioni per la convalida;

– in caso di decesso della persona di cui ai precedenti punti, il coniuge, i discendenti e gli ascendenti, i fratelli e le sorelle, gli affini entro il primo grado e le persone legate da vincolo di adozione con quella deceduta.

La domanda di riparazione deve essere presentata, a pena di inammissibilità, entro due anni dal giorno in cui la sentenza di proscioglimento o di condanna è divenuta irrevocabile, la sentenza di non luogo a procedere è divenuta inoppugnabile o il provvedimento di archiviazione è stato notificato alla persona nei cui confronti è stato pronunciato.

La domanda deve essere presentata, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, presso la cancelleria della Corte d’appello del distretto giudiziario in cui è stata pronunciata la sentenza o il provvedimento di archiviazione che ha definito il procedimento.

Se la sentenza è stata emessa dalla Corte di cassazione, la domanda deve essere proposta presso la cancelleria della Corte d’appello nel cui distretto è stato emesso il provvedimento impugnato.

Le significo, infine, che la riparazione, non avendo carattere risarcitorio ma di indennizzo, deve essere determinata dal giudice in via equitativa.

Il giudice dovrà tenere conto delle conseguenze di carattere morale e psicologico derivate dalla detenzione, in considerazione del fatto che esse rientrano tra le “conseguenze personali e familiari” indicate dall’art. 643, comma I del codice di procedura penale, richiamato dall’art. 315, comma III dello stesso codice. 

La somma stabilita a titolo di indennizzo per l’ingiusta detenzione dovrà essere determinata senza riferimento a termini o valori meramente aritmetici, ma attraverso un prudente e globale apprezzamento della situazione dedotta, nell’ambito discrezionale che può e deve essere il più ampio possibile. L’entità della riparazione non può essere superiore ad € 516.456,90.

Enrico Cortesi

L’avvocato Enrico Cortesi si occupa esclusivamente di diritto penale ed è associato ad Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) di Bergamo. Fa parte del comitato scientifico ed è il referente della commissione di diritto penale.

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