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Storia

Bergamo scomparsa: il saccheggio della Mia

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Bergamo scomparsa: il saccheggio della Mia
Il cortile d'ingresso della Mia

Dove si riuniva l’assemblea generale degli iscritti della Mia, composta di soli uomini e e sicuramente ancora attiva nel Trecento? In qualche caso, come in occasione della straordinaria e contrastata adunanza dell’8 marzo 1394, da noi già citata, “in domo fratrum Predicatorum”, cioè nel grande convento domenicano di Santo Stefano, allora esistente all’esterno dell’attuale Porta San Giacomo.

Le ordinarie riunioni quindicinali avevano invece luogo quasi sempre nella cattedrale di San Vincenzo, dove Maria Teresa Brolis cita “un cassone (detto arca-banco), uno scrigno di noce e un altro guardaroba” in cui erano l’archivio, gli utensili e gli arredi liturgici dell’associazione.

Nel sottoscala del palazzo comunale adiacente alla chiesa una struttura di legno conteneva venti lunghe panche sicuramente in uso ai confratelli in tali occasioni. Crediamo che tale struttura, ampliata e parzialmente edificata in pietra, a partire dal 1282 fosse utilizzata anche come magazzino per le derrate alimentari. Il vino veniva conservato poco lontano,in una cantina dell’attuale via Rosate.

Più di una tonnellata di grano era nel magazzino quel mese di marzo 1296 e nella cantina erano più di tre barili di vino, quando le ostilità fra le famiglie guelfe e ghibelline, allora latenti, divamparono in uno scontro feroce, in una devastazione furiosa che non risparmiò neppure la chiesa di Santa Maria Maggiore né il Palazzo Episcopale costringendo il vescovo alla fuga.

“Si combattè per ventiquattro ore continue – racconta il Belotti – si abbruciarono le case di molti cittadini. Fu distrutto il Palazzo Pretorio”. I ladri, più di trecento persone, saccheggiarono i depositi della Mia, rovinando il magazzino da poco costruito. “Si sa che i saccheggi per fame sono all’ordine del giorno nelle guerre” commenta la Brolis ma poi racconta un episodio significativo. Qualche giorno dopo una trentina di persone tornò a restituire il maltolto. Poca cosa,otto some e cinque sestari, cioè circa otto quintali di grano. Poca cosa, ma utile a farci capire la considerazione di cui il Consorzio godeva nella città e soprattutto presso gli umili.

La Mia si spostò quindi in una sede più decentrata, ma più sicura. Alcune case lungo la via che oggi porta alla Rocca, offrivano spazi sufficienti per i magazzini, le cantine, ma anche sedi adeguate per le adunanze del consiglio e per gli uffici e gli archivi. Vi rimase fino al 1447 quando si trasferì nella vicinia di San Salvatore, all’attuale numero 9 di via Arena.

Acquistato per 2300 lire imperiali, l’immobile era di grandi dimensioni ma necessitava di una ristrutturazione che lo rendesse idoneo alle funzioni del Consorzio. I lavori, iniziati nel 1480, dovettero interrompersi quasi subito a causa di una vertenza con il proprietario dell’edificio confinante, il giurista Antonio Bonghi, uno degli esecutori testamentari di Bartolomeo Colleoni. Quattro anni dopo Antonio Bonghi veniva assassinato sull’attuale piazza del Duomo. I due assassini erano rispettivamente figlio e genero di Bartolomeo Brembati, in quel momento ministro della Mia. Riusciti a fuggire furono poi condannati al bando. La lite sui diritti di vicinato sembra essere stata del tutto estranea al delitto dovuto piuttosto,secondo il Belotti, alla divisione dei beni testamentari del Colleoni.

Nel 1484, raggiunto un accordo con gli eredi del Bonghi, la Mia riprendeva i lavori. Mediante la ristrutturazione veniva realizzato un edificio imponente con un massiccio porticato su tre lati al piano terra e tre ordini di arcatelle ai piani superiori. Era la “Domus magna”. Risalgono ai primi anni del Cinquecento le logge del corpo di fabbrica di accesso e del lato destro del cortile , dove nel 1493 al primo piano era già agibile la sala del Consiglio. Alla fine del secolo il terzo lato porticato.” Si distingue per qualità la prima loggia – dice lo studioso Mario Petrò – più felice e armoniosa nelle proporzioni”. Di buona esecuzione i capitelli e i peducci degli archi” in alcuni casi delle vere sculture”.

Il palazzo comprendeva anche le stanze per l’amministrazione, gli alloggi del fattore e dei dipendenti, forni, cantine e solai adatti a magazzini. Di qui l’istituzione profondeva” non solo tutte le entrate, ma anche grosso capitale per sovvenire i poveri” racconta Marcantonio Benaglio, cancelliere della Mia ai tempi della peste seicentesca. Il giorno 8 marzo 1630 circa tremila persone affollavano il cortile per una straordinaria distribuzione di pane. Venticinque di loro morirono calpestate nella ressa.

L’edificio subì aggiunte e modifiche nei secoli successivi. Datato al 1664 il grande portale barocco , al 1750 l’atrio attribuito all’architetto Ferdinando Caccia, alla seconda metà del Settecento un loggiato sul lato destro del cortile di ingresso. Attualmente il palazzo della Mia ospita il Museo donizettiano.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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