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Storia

Bergamo scomparsa: la Mia diventa aristocratica

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Bergamo scomparsa: la Mia diventa aristocratica
Affreschi all'interno del cortile della Mia

Abbiamo visto nella puntata precedente come la progressiva crescita “receptorum” cioè di lasciti ed elemosine ed il contemporaneo aumento di richieste d’aiuto aveva comportato una maggiore articolazione della struttura, ma anche una sua modifica in senso sempre più elitario.

Facciamo ancora riferimento ai saggi di Maria Teresa Brolis nell’esame del testo aggiornato della Regola redatto nel 1498. Nella nuova redazione non si faceva alcun riferimento all’assemblea generale dagli iscritti che, probabilmente, da anni non veniva più convocata. La gestione di tutte le attività confraternali passava di fatto ai consiglieri, ora chiamati presidenti, quasi tutti provenienti dal ceto dirigente cittadino. Si inaugurava il sistema delle cosiddette “deputazioni”, gruppi di un ristretto numero di consiglieri incaricati di esaminare un singolo problema o di proporre una singola iniziativa, di cui dovevano poi ragguagliare il consiglio dirigente al quale spettavano le decisioni. Ma il numero sempre crescente di incarichi finì con il regolarizzare l’apparato delle deputazioni che da casuali e marginali divennero fisse.

La possibilità di entrare a far parte del consiglio erano di fatto limitate alla famiglie più in vista della città. Secondo il metodo della cooptazione, nel mese di gennaio i consiglieri uscenti nominavano i successori. Il ministro designava poi i membri di ciascuna deputazione scegliendoli fra coloro che riteneva più adatti ai singoli incarichi.

Le decisioni spettavano sempre comunque al consiglio riunito e proprio la collegialità era una garanzia contro gli abusi o gli illeciti. “Né dispensano un pane senza esser balotado tra loro” scriveva nel 1555 il podestà Pietro Barbarigo nella sua relazione al senato veneto. Anche l’assegnazione dell’elemosina più modesta veniva discussa in consiglio e collegialmente concordata.

“Nè guardano se il bisogno li stringe di vender non solamente le loro entrade ma del capitale per sovvenire essi poveri”. Nei momenti di gravi carestie il consorzio era pronto non solo ad impegnare tutto il profitto ma addirittura ad intaccare il patrimonio. Diventava irrilevante ai fini dell’attività gestionale il ruolo dei canevari che, appartenenti a famiglie di scarse capacità economiche, non potevano permettersi di prestare la lora opera gratuitamente e quindi erano semplici salariati.

Stipendiati erano sempre stati, oltre ai notai, di cui abbiamo già dato notizia, anche i medici i cui interventi non erano solo occasionali in favore di un singolo malato, ma magari concordati per un intero rione. Così nel 1385, a una certa distanza da un’epidemia di peste si inviavano due “medici in cirorgia” perché andassero a visitare i poveri che ancora rischiavano una ricaduta recando zucchero, vino e quanto era necessario per un’effettiva guarigione.

“Procuretur ut fiant crida de predictis per civitatem et suburbia”L’arrivo dei medici era annunciato da “crida” nella città e nei sobborghi affinché tutti i poveri potessero giovarsi delle loro cure. L’impiego di medici itineranti nei rioni e annunciati da “crida”, documentato alla fine del Trecento, sicuramente continuò ad aver attuazione anche nelle epoche successive.

Lo stesso accadde per un ‘altra attività destinata a durare nel tempo. Nel marzo 1337 “magister Lorenzo de Apibus” , insegnante di grammatica e consigliere della Mia aveva lasciato parte della sua eredità al consorzio con la finalità di aiutare “maxime scolares bone yndolis”, soprattutto gli studenti di buona inclinazione privi dei mezzi necessari a continuare gli studi. Fu l’inizio di un vero e proprio programma di assistenza nel campo dell’istruzione. Oltre a distribuire borse di studio, la Mia interveniva con sussidi a favore di scolari ed insegnanti, prestito e acquisto di libri anche pregiati, perfino con rifornimenti di carbone per riscaldare le classi. Il 26 gennaio 1506 decideva di aprire una scuola per l’istruzione dei chierici della città, ma in particolare per quelli officianti nella chiesa di Santa Maria Maggiore da poco passata sotto la tutela del consorzio. La deliberazione era motivata dalla necessità di garantire nella basilica una buona predicazione da parte di sacerdoti e chierici “di tale scienza e cultura che nella celebrazione dell’ufficio non causino noia e nausea alle orecchie degli ascoltatori”. Non erano ancora stati istituiti i seminari. La Mia li precorreva nella formazione di un clero preparato, di cui tutta la Chiesa sentiva allora l’esigenza.

Un’iniziativa a favore degli studenti laici prese l’avvio nel 1531 con l’istituzione di un collegio residenziale a Padova, sede universitaria, ma ebbe breve durata. Non ci sembra opportuno in questo momento seguire le lunghe e travagliate vicende della scuola per chierici. Ci sembra importante rilevare solo che essa, trasformata in Accademia, vide una rapida crescita degli allievi non chierici che, come chiarisce la Brolis, con le loro rette permettevano all’istituzione di continuare la propria attività. A sottolineare il carattere elitario della scuola, la studiosa riporta una parte del regolamento del 1617. I chierici scelti dovevano essere oltre che “inclinati alla vita ecclesiastica et bisognosi di aiuto, discesi da cittadini che habbino havuto honori in questa città cioè che siano stati admessi al Consiglio della Città. Stimandosi che li nati nobili siano più disposti ad ogni honorata attione”.

Il processo di aristocratizzazione nella gestione della Mia si era compiuto. Del resto era in linea con i tempi. L’istituzione continuò però ad avere, come vedremo nel corso dei secoli, un legame stretto e profondo con la città e il territorio. Nel prossimo incontro andremo alla ricerca dei “luoghi della Mia”, le successive sedi dell’istituzione o i siti in qualche modo interessati dalla sua attività.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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