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Sicilia banco di prova delle elezioni nazionali. O no?

Di Redazione3 Novembre 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Tutto quello che accade sull'Isola non è ripetibile, segue logiche altrove incomprensibili

Sicilia banco di prova delle elezioni nazionali. O no?
Elezioni regionali in Sicilia

Sono in Sicilia dove osservo da vicino le vicende di una campagna elettorale a dir poco surreale.

Si sfidano per la presidenza della regione con il bilancio più disastroso d’Italia, (l’unica cosa saggia sarebbe portare i libri in tribunale e da lì tentare una possibile rinascita), quattro candidati consapevoli del fatto che nessuno sarà in grado di superare la soglia del 30%.

Ancora una volta si recita a soggetto. Il centrodestra schiera Musumeci, uomo perbene, politico d’esperienza, onesto, che ha ben governato la provincia di Catania, quando ne era il presidente ma, perché non si dica che finalmente si sta voltando pagina, si sceglie come sua guardia Miccichè; costui è un signore capace di sostenere soavemente che, se un candidato definito impresentabile perché inquisito per vari capi d’accusa e, per affermazione del suo avvocato, destinato al massimo ad essere condannato per un solo reato, magari minore, non è in fondo così impresentabile. Lo stesso Musumeci afferma d’aver appreso dai giornali che nella lista fossero presenti impresentabili e la questione lo ha deluso a tal punto che, durante il confronto dall’Annunziata, attaccato sulla questione, ha mostrato un’evidente imbarazzo.

Berlusconi vola in Sicilia in soccorso del suo candidato e in due uscite pubbliche raddrizza la barca.

Nel campo Cinque stelle il candidato presidente Cancelleri è un miracolato del clic; dal punto di vista politico il nulla sottovuoto spinto: nel suo cursus honorum spicca l’essersi messo a capo della protesta contro le esose bollette dell’acqua a Caltanisetta, Masaniello in versione sicula. Il suo assessore, designato all’energia, si distingue per una particolare competenza: l’insulto feroce contro avversari politici e giornalisti, un professionista dell’odio, evidentemente scelto proprio col criterio della competenza. Anche sul versante degli impresentabili, Cancelleri non si fa mancare nulla e, nonostante denunzi a gran voce quelli degli altri, ha in lista il cugino di un indagato per mafia per il quale sono stati chiesti 14 anni di reclusione. Lo stesso Cancelleri in tutte le sue uscite pubbliche in Sicilia, in solitario o con Di Maio, si è guardato bene dal fare mai riferimento, neanche per vaga allusione, alla parola mafia.

Nel centrosinistra Micari, uomo di cultura accademica, certamente ottima persona, politicamente ha attorno il vuoto: la sua area di riferimento è divisa al suo interno tra Renziani e Crisafulliani, l’un contro l’altro armati. Per sovraprezzo l’ottimo Renzi, subodorando l’acre sentore della sconfitta, ha fatto in Sicilia una fugace e poco convinta apparizione.

Ed infine Fava, il candidato della sinistra, figlio di un giornalista coraggioso assassinato dalla mafia, che si batte per riportare in Sicilia legalità e giustizia per dare un futuro ai siciliani.

La questione surreale è che non mi sembra d’aver capito come ciascuno dei candidati pensi di colmare la voragine del bilancio regionale, senza chiedere ai siciliani sacrifici e senza creare false illusioni, abolendo prebende, elargizioni, diritti di mano morta, pesanti organici di personale assunto per acquisire consenso, una burocrazia elefantiaca. Misteri del detto e non detto, dell’alluso e dell’ammiccato in una Sicilia dove lo stesso blocco di potere comanda da sempre spostandosi di volta in volta, con grande moderna flessibilità, da destra a sinistra, da sopra a sotto, una flessibilità, definibile in termini moderni, 4.0.

La Sicilia, si dice, è il banco di prova delle elezioni nazionali. Io non credo: la Sicilia è la Sicilia e tutto quello che qui accade non è ripetibile, si seguono logiche altrove incomprensibili.

E’ luogo di grandi contraddizioni, dove tutto è estremo, i sentimenti, le passioni, i colori, la luce, l’ironia, persino la pazienza e la sopportazione, due virtù che portate all’estremo, possono esplodere con esiti impensabili.

Come l’elezione di Crocetta, paladino da teatro dei pupi della lotta alla mafia, è stato, a mio giudizio, un atto, sia pur vagamente speranzoso, di sottile ironia, così un’improbabile vittoria dei cinque stelle sarebbe, seppur frutto di amara esasperazione, un risultato sardonico.

Giuseppe Petralia

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