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Storia

Bergamo scomparsa: i cambiamenti della Mia

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Bergamo scomparsa: i cambiamenti della Mia
La sede della Mia

Il Trecento fu per Bergamo, come per le altre realtà urbane dell’Italia centro settentrionale, periodo di profonde trasformazioni. Ricordiamo che nel 1331 si chiudeva in modo definitivo l’esperienza comunale e si instaurava stabilmente il dominio signorile.

Dopo un anno di assoggettamento a un re straniero e sconosciuto quale era Giovanni di Boemia, la città passava a far parte dei domini viscontei protrattisi per quasi un secolo con una breve parentesi malatestiana. Ma neppure il regime signorile portava ai bergamaschi la tanto agognata pacificazione. Anzi durante il periodo della dominazione milanese si arrivò forse al culmine delle lotte sanguinose tra fazioni. La pestilenza del 1361 aggravava una situazione già di per sé molto drammatica.

E la Mia? Ebbero qualche influenza sulla vita del consorzio l’instaurazione della nuova forma di governo e il fallimento degli ordinamenti comunali? Soprattutto ebbe qualche effetto la nuova concezione del potere che si andava affermando negli studi giuridici del tempo?

Tra il 1345 e il 1360 il ruolo di ministro dell’associazione fu ricoperto da Alberico da Rosciate, l’illustre giurista estensore dello statuto che conferiva al sovrano tutti i poteri faticosamente acquisiti dal Comune di Bergamo in più di due secoli. Era evidente, come sottolinea la studiosa Maria Teresa Brolis, che anche la Mia stava maturando un cambiamento istituzionale in senso oligarchico. Veniva potenziato il ruolo del consiglio direttivo a scapito di quello dell’assemblea generale degli iscritti. Non senza l’opposizione di quest’ultima, come abbiamo già evidenziato in una puntata precedente.

L’8 marzo 1394 una riunione convocata probabilmente in modo informale nel convento domenicano chiedeva energicamente un ritorno alla gestione comunitaria d’origine per evitare l’elezione di quelle persone che volevano “suppeditare consorcium vel pauperes”, cioè “calpestare, mettere sotto ai piedi il Consorzio e i poveri”.

Una nuova Regola elaborata l’anno successivo non portava modifiche sostanziali allo statuto duecentesco formalmente confermandone la validità. Tranne in una parte. Non nominava più le donne. Probabilmente già da tempo le donne avevano perduto il diritto all’iscrizione. Le ultime registrazioni nella matricola femminile risalgono al 1339. Veniva così meno un carattere assolutamente singolare e innovativo dell’istituzione.

La nuova Regola organizzava in modo diverso anche l’erogazione delle elemosine. I canevari, originariamente quattro, uno per porta, diventavano sette. Si aggiungevano un canevario generale, un canevario del vino, un canevario di foraggi e legumi. La specializzazione era diventata necessaria a causa della continua crescita del Consorzio. La Mia riceveva un sempre maggior numero di donazioni grazie al rispetto e all’apprezzamento di cui godeva e si impegnava a distribuire una maggior quantità di risorse per sopperire al sempre più penoso stato di necessità della popolazione. La sua assistenza si estendeva al territorio arrivando a raggiungere anche zone molto lontane dalla città, ad esempio in Val di Scalve.

I saggi della Brolis, cui facciamo sempre riferimento come al più completo e preciso studio sull’argomento, indicano nel Trecento un’ulteriore modifica dell’attività della distribuzione. Le “andate” dei confratelli con la sacca e la bisaccia dalla croce rossa furono sostituite dall’assegnazione dei “signa”, fogli che gli assistiti dovevano consegnare alla sede della Mia per riceverne denaro o generi alimentari. L’evidente sviluppo dell’impegno assistenziale necessitava di un sistema più razionale e veloce anche se visivamente meno evidente.

Nel Quattrocento la Mia era ormai diventata l’istituzione caritativa in cui la città tutta si riconosceva, a differenza dei molti altri consorzi legati più specificamente a una vicinia o a una parrocchia. Il governo veneziano, al cui dominio la città era stata annessa nel 1428, ne affermava attraverso le relazioni di podestà e capitani le notevoli capacità economiche, la efficacia organizzativa,la trasparenza delle procedure, la rettitudine della conduzione.

Nel 1454 il consiglio maggiore cittadino affidava al Consorzio la gestione cultuale ed economica della Basilica di Santa Maria Maggiore, la Cappella civica che una bolla papale dell’anno precedente aveva sottratto alla gestione vescovile. I reggenti ne ebbero cura assidua. Seguiremo nel corso dei secoli le operazioni di abbellimento e di trasformazione cui la chiesa fu sottoposta per loro iniziativa a cominciare dalla realizzazione di un nuovo coro di cui nel 1524 affidavano i disegni delle tarsie a Lorenzo Lotto.

E la Mia ebbe una parte di notevole rilevanza anche nella realizzazione dell’Hospital Grande. Proprio al Consorzio veniva in un primo tempo affidata con una delibera del consiglio maggiore del 1449 l’amministrazione del futuro ospedale. Anche se in effetti la gestione del nosocomio fu in seguito nettamente distinta da quella della Mia, i due enti continuarono nei secoli ad attuare una fattiva collaborazione, favorita dal passaggio dall’uno all’altro istituto di personaggi impegnati nell’attività assistenziale.

Vedremo nei prossimi incontri una rapida sintesi delle vicende che interessarono il consorzio nei secoli successivi ed andremo alla ricerca dei “luoghi della Mia”, le successive sedi dell’istituzione o i siti in qualche modo interessati dalla sua attività.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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