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Storia

Bergamo scomparsa: le attività della Mia

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Bergamo scomparsa: le attività della Mia
Lapide su Palazzo Terzi che ricorda le prime cantine

Abbiamo sottolineato nell’incontro precedente come l’associazione Mia fosse prioritariamente finalizzata all’assistenza ai poveri. Come tale veniva sicuramente percepita dalla popolazione soprattutto nei primi tempi della sua attività.

I confratelli che, muniti di sacche e borracce segnate da una croce rossa, si aggiravano nella città e nei borghi per portare aiuto a coloro che non avevano mezzi propri di sussistenza erano presenze consuete. Maria Teresa Brolis le immagina seguite da una torma di ragazzini festosi.

Ma come veniva effettuata la distribuzione? Sono ancora le attente ricerche effettuate dalla studiosa sulla grande mole dei documenti d’archivio a darci la risposta. Sappiamo che i canevari erano quattro, uno per ciascuna porta della città; uno di loro, il canevario generale, aveva funzioni direttive. Presso la sede della confraternita egli consegnava ai confratelli incaricati, divisi in gruppi, derrate alimentari e denari. I gruppi, costituiti per lo più da volontari, potevano essere più di venti ed ognuno di essi si muoveva nel rione di sua spettanza per consegnare le elemosine ai poveri già identificati come tali e per individuare situazioni di indigenza non ancora conosciute. Tali interventi destinati ai quartieri cittadini o suburbani erano conosciuti come “andate” e comportavano una organizzazione gestionale e logistica di notevole complessità.

Le procedure erano ben definite, introiti ed esborsi rigidamente contabilizzati. In un registro appare conteggiata accanto al nome del beneficiario anche la donazione di un solo uovo. Si trattava di una assoluta novità rispetto alle tradizionali forme di assistenza. Se in epoca precedente erano i bisognosi a recarsi nel luogo in cui ricevere soccorso, ospedali o zone di mendicità, ora erano i benefattori a raggiungere coloro che avevano necessità del loro aiuto.

Ma chi erano i destinatari delle elemosine? La Misericordia doveva servirsi di una capillare rete di informazione per individuare coloro che ne avevano diritto ed evitare gli abusi. Gli iscritti erano tenuti a segnalare casi di indigenza che sicuramente venivano poi verificati. In particolare si dovevano ricercare i “pauperes verecondos”, poveri “vergognosi”, persone ricche cadute in povertà che proprio a causa della loro specifica condizione erano restii a mostrare il loro stato e a chiedere manifestamente l’aiuto.

La Regola indicava inoltre i tradizionali soggetti di assistenza, malati, vedove, orfani, nubende e religiosi, intendendosi come tali coloro che avevano volontariamente rinunciato a una vita di lavoro retribuito per dedicarsi agli altri. Per quanto riguarda gli orfani la Mia non si limitava a dar loro aiuti occasionali, ma provvedeva a sistemarli negli appositi ricoveri di cui abbiamo già citato l’esistenza “in Broseta” e presso i Crociferi di San Leonardo. Se poteva, li allogava presso una famiglia affidataria. Ai più grandi trovava alloggi e lavoro, ai maschi come garzoni, alle femmine in qualità di serventi.

Fra gli assistiti erano anche i carcerati la cui condizione era particolarmente drammatica. Chi non poteva pagarsi il vitto, se non riceveva aiuti dall’esterno, era sostanzialmente destinato alla morte per fame. Suscita il nostro interesse una particolare categoria di “incarzeladi” di propria volontà, uomini e donne che avevano liberamente scelto la segregazione dal mondo come comportamento estremo di penitenza. Alcuni di essi “remitti”, eremiti, vivevano da soli o in piccole comunità fuori dalle mura cittadine in località isolate e boscose.

La Brolis cita un “frate Jacobus de Carvico qui stat super montem de Dardellis”, una “Malgarita que stat super montem de Rasollo”. Ma era anche una “Floramons que stat super pontem de Piniolo”. Ricordiamo che allora la località detta Piniolo comprendeva anche parte di Borgo Santa Caterina, zona di rogge. Altri reclusi volontari poveri avevano scelto di essere ospitati presso istituti religiosi o ospedalieri, non sappiamo se come ricoverati o servientes. Era abbastanza frequente che coppie di coniugi anziani, pur restando uniti nel vincolo del matrimonio, scegliessero di trascorrere gli ultimi anni di vita in penitenza e preghiera in due conventi separati, l’uno maschile, l’altro femminile.

Risulta comunque dai registri che la maggior parte degli assistiti non erano questuanti senza fissa dimora, ma persone che vivevano in una casa propria o in affitto, spesso avevano un lavoro che però non permetteva loro di far fronte alle esigenze della famiglia.

Quali erano le derrate alimentari che la Mia distribuiva ai bisognosi? Che cosa contenevano quei sacchi e quelle borracce contrassegnate dalla croce rossa che nell’affresco trecentesco conservato nel Museo della Cattedrale sono trasportati dai confratelli intenti alla loro attività di distribuzione? Seimila litri di vino risultano erogati alla città nell’anno 1293, rigidamente suddivisi per zone di spettanza ai singoli gruppi incaricati della distribuzione, tra i 140 e i 210 litri per ogni zona, che arrivava a comprendere cinque o sei vicinie. Del resto sappiamo che nel Trecento erano custoditi nella cantina della Mia tra i trenta e i sessanta barili di vino, alimento considerato necessario ad una dieta salutare.

Nel 1296, come ci informa sempre la Brolis, il granaio della Mia conteneva 95 some di frumento, poco più di una tonnellata. Una quantità ingentissima data la costante scarsità di grano e cereali che affliggeva la Bergamasca. Ancora due secoli più tardi le “biade grosse” prodotte nel distretto non potevano “supplire per il vivere per più di quattro mesi incirca”.

Tragica doveva essere la situazione quando le difficili relazioni con Milano comportavano la chiusura delle frontiere e impedivano l’importazione dalla Gera d’Adda e dal Cremonese. In tal caso il Comune non poteva far altro che favorire il contrabbando lungo il citato fosso bergamasco e così dovette fare successivamente anche il governo veneziano. La Mia talora provvide a stringere anticipatamente accordi con i rettori di Cremona per acquistare le biade sul mercato locale e trasportarle a Bergamo.

In città e nel territorio i confratelli distribuivano “soldate” di pane, ovvero quantità equivalenti al valore di un soldo. Sappiamo che per le uova una “soldata” equivaleva a dodici uova. Più difficile stabilire la quantità e il peso del pane. E distribuivano focacce, “flathones”, preparate con cereali diversi, frumento, orzo, riso, farro e miglio, nei momenti di maggiore abbondanza anche ripiene di formaggio. Nelle ripartizioni non mancava mai una certa quantità di sale, alimento che sappiamo prezioso e costoso. Potevano esserci vesti e panni, soprattutto in conformità a lasciti testamentari, ma soprattutto somme di denaro equamente divise in base alle necessità.

Questa l’attività della Mia tra XIII e XIV secolo. Vedremo nel prossimo incontro la crescita del consorzio e i mutamenti che portarono alla stesura di una nuova Regola.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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