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Storia

Bergamo scomparsa: l’origine della Mia

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Bergamo scomparsa: l’origine della Mia
La Mia di Bergamo

Settecentocinquantun’anni fa aveva inizio il “Consortium seu congregatio Sanctae Misericordiae Domini nostri Jesu Christi et gloriose virginis Marie”, la Misericordia Maggiore, più nota con il nome di Mia, istituzione che ancor oggi svolge un ruolo di primo piano nella vita della città e della provincia.

Perché la parola Mia? Non si tratta di un acronimo, né di un logo. Il termine deriva dalla contrazione medioevale della parola “Misericordia”. All’epoca per velocizzare la scrittura di alcuni termini usati nei documenti con particolare frequenza si sostituivano le lettere centrali della parola con un trattino orizzontale, qualche volta caratterizzato da un piccolo semicerchio. Così M(isericord)ia diventava Mia. E Mia si chiama ancor oggi l’istituzione nata come associazione caritativa nel 1265.

Ne abbiamo già fatto cenno nella puntata dedicata all’insediamento domenicano nella nostra città e ne abbiamo attribuito la fondazione al domenicano Pinamonte da Brembate. I recenti studi di Maria Teresa Brolis hanno però ridimensionato l’intervento del frate riducendolo all’estensione della “Regola”. Promotori della misericordia, citati nel Proemio sono il vescovo Erbordo, i prelati della chiesa bergamasca e fra loro i canonici delle due cattedrali, i frati domenicani e francescani e “alii fideles laici.” Pinamonte è citato solo per il suo “labore”, la materiale opera di scrittura. La studiosa ipotizza addirittura la possibilità di una votazione della Regola da parte di un’assemblea di iscritti e sottolinea per quanto riguarda il primo secolo di vita della confraternita il “profilo collettivo, comunitario, cittadino”.

Una associazione aperta ad accogliere tutti, in particolare le donne la cui iscrizione non era subordinata, come avveniva solitamente nelle altre confraternite, a un rapporto di parentela, filiale o coniugale, con un iscritto di sesso maschile, ma esclusivamente alla loro volontà di vivere con maggiore impegno la vita di fede. E le donne accorrevano con entusiasmo. Nel registro delle iscritte ,la cosiddetta Matricola femminile, sono 1730 nomi di donne nel periodo che va dal 1265 al 1339, più di mille solo nei primi dieci anni di attività dell’istituzione. Purtroppo le due Matricole maschili sono andate perdute.

I benefici spirituali sotto forma di indulgenze concesse a più riprese dai papi si estendevano non solo agli iscritti, ma a chiunque assistesse alla predicazione promossa dalla confraternita due volte al mese nella cattedrale di San Vincenzo. “Un anno e quaranta giorni in remissione delle loro anime” concesse il vescovo Erbordo con beneplacito di papa Clemente IV in concomitanza alla fondazione. L’inadempienza alle regole non era considerata peccato, presupposto che permetteva di vivere la vita confraternale “illariter”, in letizia, secondo il proprio sentire senza la costrizione di una precettistica che poteva risultare gravosa.

Dobbiamo ricordare che la Regola citava tra le finalità dell’istituzione la sconfitta dell’eresia. La Misericordia sorgeva anche “ad confusionem et depressionem hereticorum”. Alla luce degli studi recenti la città non sembra essere stata allora interessata da forme particolarmente allarmanti di devianza religiosa, ma il Comune da tempo rifiutava ostinatamente di inserire nei propri statuti le norme antiereticali promulgate dalla Santa Sede nel quarto concilio lateranense e accettate dalle costituzioni imperiali. Bergamo era stata colpita dall’interdetto.

Sicuramente anche la predicazione quindicinale programmata dalla confraternita contribuì a riportare all’obbedienza i bergamaschi riottosi. Nel 1267 gli statuti comunali si adeguavano alla legislazione canonica antiereticale e alla prassi ormai consolidata che comprendeva la pena del fuoco e l’intervento degli inquisitori. I libri dei conti della Misericordia Maggiore, in cui era versata la terza parte delle multe che colpivano gli eretici, attestano comunque un numero limitato di condanne.

Ma la finalità essenziale dell’istituzione, al di là della vita spirituale degli aderenti e della difesa del dogma fu soprattutto la sconfitta, o almeno il contenimento, della povertà, attività praticamente affidata ai laici.

Laico era il “minister” con l’incarico annuale della presidenza dell’istituzione e laici erani i quattro massari o canevari, che provvedevano alla distribuzione delle elemosine. Laici due sindaci o procuratori che ricevevano a nome del consorzio lasciti e donazioni senza la necessità di approvazione da parte del consiglio riunito. Spettava invece a “unus de prelatis Ecclesie Pergamensis”, in pratica a un canonico del capitolo eletto dalla confraternita e confermato dal vescovo, la carica senza scadenza di “patronus” o “protector”che provvedeva ai rapporti con l’ambiente esterno, in particolare con il consiglio del comune e con gli anziani del popolo.

Due domenicani e due francescani davano opera di consulenza soprattutto in caso di revisione della Regola. Un consiglio direttivo di dodici membri, laici e religiosi insieme con carica annuale, si riuniva periodicamente. Espressione della base era poi l’assemblea degli iscritti, che almeno in una circostanza non esitò ad esprimersi energicamente contro il comportamento dei vertici. Altra figura importante era quella del notaio di fiducia del consorzio. Laico e quasi sempre stipendiato, era incaricato di aggiornare le matricole, ma soprattutto di registrare i “recepta”, cioè le donazioni e anche le elargizioni.

Rileva la Brolis che fra i laici eletti alle cariche non comparivano almeno nel primo secolo di attività esponenti del ceto dirigente cittadino. I nomi fanno pensare piuttosto a professionisti o artigiani di buon livello dotati di esperienze nel campo della contabilità e della gestione d’impresa. La straordinaria ricchezza dell’archivio della Mia, conservato nella biblioteca Angelo Mai, si deve appunto alla metodicità e alla competenza con cui gli amministratori svolsero il loro compito.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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