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Cultura

La fantascienza paranoica e rivelatoria di Philip K.Dick

Di Redazione9 ottobre 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La fantascienza paranoica e rivelatoria di Philip K.Dick
Philip K. Dick

La fantascienza è tra i generi letterari maggiormente dotati di uno sguardo critico sulla realtà, di cui riesce a cogliere i lati oscuri e irrisolti come si constata soprattutto nell’opera degli scrittori migliori, come Bradbury, Ballard, Matheson e Dick. Il meccanismo critico della fantascienza procede in maniera molto chiara: la narrazione del futuro viene costruita attraverso una ricombinazione dei fatti e dei fenomeni del presente. Essi costituiscono la base per descrivere una società futura che spesso estremizza nell’invenzione fantascientifica gli elementi critici del mondo attuale. Questi sono presentati in una dimensione straniata che fa risaltare il loro potenziale pericoloso o negativo.

Philip K.Dick nei suoi romanzi e racconti migliori dimostrò un notevole sguardo critico sugli anni in cui scrisse, i tre decenni che vanno dal 1950 al 1970. La sua interpretazione della fantascienza si impernia su una serie di temi ricorrenti: l’identità personale; il doppio; il controllo sulla società da parte dei “poteri forti”; l’uso dei media come strumento di questo controllo. A questi si aggiunge il fascino dello scrittore per l’immaginario religioso cristiano che Dick sviluppò soprattutto nei pieni anni Sessanta, evidente soprattutto nel suo libro più complesso “Ubik”.

Questi elementi della sua produzione hanno spinto Emanuel Carrère nella sua biografia empatica di Dick, “Io sono vivo, voi siete morti” (uscita nel 19993 e ripubblicata da Adelphi lo scorso anno) a parlarne come un Dostoevskij del ‘900. La forza immaginativa di questo Dostoevskij moderno nasceva dalle sue ossessioni personali, alcune delle quali vere e proprie paranoie che presero la forma di violente manie persecutorie – da cui il tema del controllo; e la morte in culla della sorella gemella, che origina la questione del doppio. Il tutto fu aggravato dall’uso di droghe.

Come avviene ai grandi autori, Dick sublimò le sue ossessioni in mondi letterari affascinanti e rivelatori di temi sensibili della nostra contemporaneità. Proprio per questo è diventato lo scrittore di fantascienza più usato dal cinema a partire da “Blade runner” di Ridley Scott (1982), tratto dal suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”. Via via sono giunti altri film e fiction più o meno riusciti, da “Minority Report” a “The man in the high castle”. Questo lo ha fatto diventare, paradossalmente dopo la sua morte, il più influente tra gli autori del suo genere. È evidente come l’ampio sfruttamento dell’immaginario dickiano sia l’effetto della sua natura molto cinematografica, ma anche della capacità di cogliere e rappresentare questioni sociali e morali in cui molti si riconoscono.

Recentemente il suo editore italiano, Fanucci, ha rieditato uno dei suoi romanzi più tardi “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” (pp.310, 9,99 euro). Ideato nel 1970 ma rimaneggiato nel 1973, fu uno dei pochi libri che Dick, abituato e costretto dalle necessità economiche a scrivere molto e non sempre accuratamente libri di facile consumo, pubblicò per un grande editore statunitense. La storia si svolge in un mondo futuro non lontano nel quale ci si muove ormai su auto volanti, che per i più ricchi assumono la forma di potenti “cavilli”.

La società è molto stratificata e classista, ma soprattutto è rigidamente controllata da autorità poliziesche dai nomi significativi – pol e naz. Dotate di giganteschi archivi mondiali di dati personali, queste forze di un ordine puramente repressivo impiantano microspie minuscole sotto la pelle dei sospettati di reati, sottoponendo a una sorveglianza ossessiva i presunti sovversivi tra cui gli studenti universitari sono i più bersagliati. Questi nei casi più estremi vengono reclusi in campi di concentramento. Dentro questo sistema Jason Taverner, intrattenitore e cantante di successo, è un divo da trenta milioni di spettatori televisivi ogni settimana. La sua esistenza dorata e superficiale crolla quando improvvisamente il mondo intero non lo riconosce più, come non fosse mai esistito.

Violentemente angosciato da questa situazione kafkiana, Taverner, prodotto di una sperimentazione genetica che lo ha reso un essere superiore – altro tema più volte presente in Dick – è costretto a fabbricarsi un’identità per poter sopravvivere e tornare a riconoscersi nello sguardo adorante degli altri. Ma la ragazza psicolabile che gli prepara i documenti falsi è un’informatrice della polizia, che piomba su di lui ormai totalmente impotente di fronte alle autorità vista la sua inesistenza ufficiale. Qui entrano in scena gli altri due protagonisti della vicenda, i gemelli Felix e Alys Buckman. Lui, generale della polizia, è il poliziotto del titolo; lei, bisessuale e feticista, legata al gemello da un rapporto incestuoso, costituisce la parte apparentemente selvaggia della coppia. Sarà Alys a trascinare Taverner in una ulteriore vicenda che somiglia a una trama noir, quando lo ospita a casa sua volendo provocare il fratello – amante. Si scoprirà che l’inesistenza ufficiale di Taverner è stata l’effetto transitorio di una droga capace di cancellare le tracce psichiche dell’identità personale.

Ma quando Alys viene ritrovata morta, Taverner diventa il ricercato numero uno in quanto Buckman, preoccupato che si scoprano i suoi veri rapporti con la sorella, ne vuole fare un capro espiatorio che devii l’attenzione dalle sue perversioni. Il vero protagonista è quindi Buckman, in cui convivono due nature: quella introspettiva che lo disporrebbe a comprendere meglio se stesso e a trattare con umanità anche i “sovversivi”, di cui non disprezza le ragioni di ribellione contro un sistema repressivo e cieco. La seconda natura appartiene al tutore dell’ordine che con atteggiamento cinico e disilluso non esita a perseguitare Jason Taverner.

Tale persecuzione è motivata più che altro dal fatto che l’uomo di successo non ha accettato la sua imprevista situazione, rimanendo un anonimo senza identità, un uomo-massa, e ha voluto recuperare la sua riconoscibilità sociale. Questo nello stravolto sistema di pensiero di Buckman equivale alla volontà di andare incontro al proprio destino di persecuzione. Ciò spiega il titolo del romanzo, in cui “Scorrete lacrime” è l’inizio di una una canzone di John Dowland, autore cinquecentesco: il primo testo poetico in inglese di autoanalisi interiore, che fa commuovere fino al pianto il poliziotto, il quale, però, rimane comunque un poliziotto ansiosamente in cerca di un’impossibile quadratura ordinata della realtà.

“Scorrete lacrime” manifesta chiaramente pregi e limiti della ricerca letteraria di Dick: personaggi non sempre definiti chiaramente, oppure sfaccettati ma più per sovrapposizione di caratteristiche contrastanti che non attraverso un’attenta fusione delle sfumature catteriali e psicologiche: Felix Buckman risulta davvero “bigger than life”. Una storia ricchissima di spunti, ma che mette troppa carne al fuoco lasciando alcuni elementi come puri spunti narrativi: la superiorità genetica di Taverner ai fini della vicenda risulta quasi inutile.

Ma pochi hanno come Dick la capacità di costruire universi futuri distopici così inquietantemente simili alla nostra realtà al punto da farsi specchio stravolto e rivelatore delle sue storture. E dentro questi futuri stravolti trovano posto sorprendenti intuizioni: in questo romanzo, si scopre che la vera rovina di molti individui è l’uso di una rete telefonica mondiale in cui si costruiscono e si sperimentano rapporti sessuali e amorosi virtuali così intensi da consumare energie psichiche e emotive fino alla morte mentale e fisica. Un’immagine inquietante – elaborata quasi cinquanta anni fa – della vita attuale sempre in rete sperimentata da milioni di persone.

Giorgio Scudeletti

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