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Storia

Bergamo scomparsa: cosa resta dell’ospedale di San Marco

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Bergamo scomparsa: cosa resta dell’ospedale di San Marco
Porticato costruito sul lato della chiesa di San Marco

Nella puntata presente faremo alcuni rapidi cenni alle ultime fasi di lavori che in qualche modo interessarono l’Hospital grande di San Marco. Rinviamo ad incontri futuri un’analisi più dettagliata ovviamente legata all’evoluzione urbanistica che caratterizzò la città tra il XIX e il XX secolo, nonché ai progressi della medicina.

All’inizio del Settecento il numero dei ricoverati era talmente aumentato da dover ricorrere all’espediente di sistemare due di loro per ogni letto e di ricoverare le donne negli spazi della chiesa. Il tamponamento delle aperture di portico e loggiato non fu sufficiente a procurare gli spazi necessari. Venne quindi deliberata l’addizione di una nuova corsia settentrionale “a norma delle infermarie già esistenti”, operazione che portava a compimento la morfologia della croce simmetrica con i quattro bracci di identica dimensione. Risulta terminata ad opera dell’architetto romano Giovanni Ruggeri nel 1714, momento in cui le corsie furono anche fornite di letti di ferro.

Interessante e innovativa alla fine del secolo la realizzazione di un orto botanico per iniziativa del protofisico Giuseppe Pasta, il quale dotava l’Ospedale anche di un’aggiornatissima biblioteca. Un laboratorio fisico-chimico e un gabinetto anatomo-patologico per la dissezione dei cadaveri nonché successivamente un reparto oftalmico e un laboratorio farmaceutico inserivano l’hospital grande bergamasco nel novero dei nosocomi con un elevato grado di specializzazione. Come ci informa lo studioso Lucio Franchini, al tempo dell’occupazione napoleonica la struttura poteva ospitare fino a 208 infermi oltre a 40 incurabili, ma “nella realtà si arrivò a contare ben 334 presenze”.

In epoca successiva l’ospedale conobbe varie fasi di una dilatazione priva di un disegno organico, arrivando ad occupare tutta l’area compresa tra le attuali via Locatelli e Viale Vittorio Emanuele. Un progetto ottocentesco, non attuato, voleva estenderla a nord fino all’altezza del monastero di Matris Domini. Ma la fine della “Veneranda Fabrica” era segnata.

Come tutti gli ospedali a crociera, anche quello di San Marco non risultava funzionale all’esercizio di una pratica medica e di un’organizzazione sanitaria sempre più aggiornate ed appariva d’ostacolo alle soluzioni urbanistiche progettate per il centro cittadino. Nel 1930 veniva inaugurato nella zona della Conca d’oro il nuovo nosocomio con il titolo di “Ospedale Principessa di Piemonte” poi cambiato in quello di “Ospedali riuniti”.

Inutili furono i tentativi di salvare il glorioso edificio di San Marco mediante un riutilizzo funzionale. Segnaliamo in particolare un progetto dell’ingegner Ernesto Suardo secondo il quale portico e loggiato riaperti avrebbero potuto accogliere negozi ed uffici. La demolizione, attuata tra il 1936 e il 1938 lasciava posto alla Casa Littoria, oggi Casa della Libertà e alla piazza omonima oltre che all’Istituto nazionale fascista di previdenza sociale, oggi Inps.

Cosa resta dell’Hospital Grande per quasi cinquecento anni al servizio della città? Anzitutto la chiesa dalla facciata rinnovata nel 1728 dall’architetto Ruggeri in forme barocche e impreziosita dal coronamento di statue dello scultore Giovanni Sanz. All’interno qualche segno delle antiche devozioni. A destra dell’entrata la statua di Sant’Antonio abate recupera il culto dell’ospedaletto antoniano demolito. Sulle pareti e sul soffitto gli affreschi settecenteschi di Carlo Innocenzo Carloni mostrano oltre alla figura della Vergine Assunta, quella di San Camillo De Lellis, fondatore dell’Ordine dei chierici regolari ministri degli infermi, sicuramente quegli stessi chierici che operarono nella struttura.

Non conosciamo invece l’origine dalla devozione a Santa Rita, con il cui nome l’edificio religioso è oggi popolarmente conosciuto. Il Franchini cita fra gli ospedaletti da incorporarsi all’Hospital grande anche quello di Santa Margherita “di spettanza privata”, di cui non conosciamo la primitiva ubicazione. Le numerose attestazioni di “grazie ricevute” che sono intorno alla statua della Santa possono piuttosto indurci a pensare ad un’immagine considerata dai fedeli mediatrice di miracoli e per questo tanto venerata da sostituire con il suo nome la dedicazione ufficiale.

Della struttura ospedaliera non resta nulla di autentico. Il Franchini cita nella costruzione adiacente al prospetto della chiesa a sinistra del riguardante “una traccia incorporata in un edificio nuovo ormai priva di significato”. Il modestissimo fronte, irrilevante agli occhi del passante, ingloba al pian terreno “due archi della facciata isabelliana” sormontati da finestre rettangolari e più in alto dalle volte di un loggiato. Vuole richiamare alla memoria la “lobia “ isabelliana del glorioso ospedale? Serve solo a procurarci rammarico per una perdita forse evitabile. Lo stesso possiamo dire per la parete con portici reinventata sul lato orientale della chiesa mediante il riutilizzo di fusti e capitelli della demolita struttura solo in parte originali e ormai irrimediabilmente degradati. A rivalutazione dell’operato dell’ingegner Fornoni incaricato nel 1937 di ristrutturare gli spazi adiacenti alla chiesa, Maria Mencaroni fa rilevare che il professionista, impedito al recupero dell’intero loggiato e alla sua ricostruzione a ponente, “salvò il salvabile”. L’urgenza della costruzione della Casa Littoria rendeva impossibili soluzioni diverse.

All’angolo fra via Locatelli e via Zelasco la casa San Marco costruita nel 1937 ingloba un cortiletto che è probabilmente tutto quello che resta dell’antico ospedale. Ridimensionato e manipolato nei rapporti di spazio conserva nella collocazione originaria forse solo le quattro colonne del portichetto meridionale, mentre la diversità stilistica dei capitelli e di altri elementi architettonici inducono a sospettare la provenienza da edifici diversi da quello del vecchio ospedale. “Ingannevole e banale costruzione – la definisce il Franchini- a torto creduta a tutt’oggi dalla maggioranza dei Bergamaschi il vecchio “Hospital grande di San Marco”.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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