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Cultura

Due fratelli nella notte della guerra civile

Di Redazione4 agosto 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Due fratelli nella notte della guerra civile
Cristiano Cavina

I venti mesi della seconda guerra mondiale combattuta in Italia settentrionale tra l’8 settembre 1943 e il 25 luglio 1945 ormai da tempo sono considerati nella categoria storica e morale della “guerra civile” tra italiani. A dare dignità storica a questo concetto, in precedenza connotato in senso fortemente ideologico, contribuì moltissimo Claudio Pavone, che nel 1991 pubblicò il fondamentale “Una guerra civile”. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. In questo libro Pavone riuscì nella non semplice operazione storica di approfondire le ragioni di tutte le parti in lotta nei venti mesi e di chi ne fu solo coinvolto. Nell’ottica dello storico romano questo non significava che tutti i combattenti avessero giuste motivazioni e che tutte le loro azioni fossero quindi giuste o giustificabili. Una delle lezioni lasciateci da Pavone è di considerare sia i combattenti sia coloro che fecero parte della cosiddetta “zona grigia”, in primo luogo come uomini e donne di cui ricostruire e comprendere moventi e azioni. L’inevitabile giudizio su di esse scaturisce dalle scelte e dai comportamenti concreti, non da visioni preconcette.

Questa lezione sorregge l’approccio alla guerra civile di Cristiano Cavina nel breve romanzo “Fratelli nella notte” (Feltrinelli, pp 96, 10 euro). Il testo si basa sulle esperienze autentiche vissute dal nonno dello scrittore, Giani’, e da suo fratello Mario, detto Tarzan, “nella terra tra Romagna e Toscana in cui le colline sembrano montagne”. È il difficilissimo periodo autunnale del 1944, quando le speranze in una prossima conclusione del conflitto, civile e mondiale, in seguito allo sbarco in Normandia degli Alleati naufragarono senza scampo. In quei mesi, anzi, la guerra ebbe una violentissima recrudescenza.

Gianì e Tarzan non sono degli eroi, bensì due semplici contadini che badano a passare la nottata della guerra con i minori danni possibili per loro e i loro famigliari. Gianì non parteggia apertamente per nessuno dei due schieramenti, tanto più che sua moglie è una convinta fascista e ha una figlio piccolo. Mario, decisamente più giovane del fratello, si è aggregato a una Brigata Garibaldi per evitare di essere reclutato dall’esercito della Repubblica di Salò e dopo avere cercato rifugio brevemente presso dei parenti. Il soprannome di Tarzan gli viene affibbiato sarcasticamente dagli altri partigiani visto che è di piccola statura e tremebondo, tanto che quando i tedeschi per divertirsi sparano a caso verso il suo accampamento, Mario fugge di corsa tra le piante dei boschi vicini. Tra i due fratelli non esiste niente in comune, a parte i genitori. “Si vedevano nei campi ogni giorno, ma non erano cristiani abituati a parlare. Erano di quella razza che più la parentela era stretta, più stavano in silenzio”. In una narrazione limpida, che pedina i suoi protagonisti passo per passo con un linguaggio diretto e semplice, che ha spesso la forma della lingua parlata, ma anche preciso e puntuale nel rendere azioni e pensieri, Cavina narra alternativamente le vicende dei due fratelli, senza limitarsi al periodo bellico. Il racconto segue le vicende di Gianì e Tarzan anche nei cinquant’anni successivi al conflitto. L’arco temporale così ampio è motivato dal fatto che lo scrittore vuole narrare le vicende di due persone normali a partire da un cruciale avvenimento di quel 1944 e non limitandosi a questo

Durante un violento scontro a fuoco con tedeschi e fascisti, Tarzan, alla sua prima azione, armato solo di una sola arcaica doppietta della Grande guerra viene ferito gravemente all’intestino da un granata. Riesce miracolosamente a salvarsi e si rifugia prima in un un bosco, e poi in una grotta, con un altro combattente e una ragazzina, staffetta partigiana.

La battaglia è stata un susseguirsi onirico di violenti flash spaventosi e privi di senso per il ragazzo e il rifugio nel bosco e nella grotta ha qualcosa di favolistico. In un luogo che spesso letterariamente simboleggia l’incomprensibilità del mondo, Mario/Tarzan giunge al culmine della confusione e della disperazione: la guerra, le armi inutili e dannose, un corpo prossimo a abbandonarlo e la morte che incombe sono esperienze che il ragazzo subisce senza trovare un senso a quello che sta vivendo. E in tutto questo l’improvvisa comparsa di Gianì, chiamato in aiuto di Mario ormai moribondo dalla giovanissima staffetta risulta agli occhi di Tarzan il mistero più grande. Se il senso morale del fratello più giovane si è manifestato – per quanto non consapevolmente – nel combattere per una causa più alta della semplice sopravvivenza personale, quello del fratello più anziano si realizza attraverso un’azione eroica: aiutare lo sconosciuto del medesimo sangue a salvare la propria vita. Gianì sostiene letteralmente Mario nell’unico modo possibile, caricandoselo sulle spalle e attraversando una natura avara, ostile e stravolta dagli uomini, in cerca della salvezza. L’immagine di Gianì che si porta in spalla Tarzan per chilometri tra campi fangosi e rastrellamenti nazifascisti, – immagine che non a caso apre il romanzo – ha qualcosa di esemplare: ricorda la famosa sentenza medievale, “siamo nani sulle spalle dei giganti” o Dante che nei momenti difficili del suo viaggio infernale viene portato sulle spalle da Virgilio. In quel viaggio disperato sulle spalle del fratello che lo anestetizza a sorsi di vinaccio, Tarzan comprende insieme a Gianì il significato della solidarietà umana e dell’affetto che passa non dalle parole, ma dalle azioni concrete.

Di fatto, questo sarà l’unico atto davvero significativo nell’esistenza di Gianì, destinata a perdersi dopo la guerra tra progetti sbagliati, sogni irrealizzabili e l’incapacità di essere genitore . Il solo in grado di arginare la frana esistenziale del fratello maggiore sarà sempre Mario, che dalla guerra ha imparato a vivere più vicino al mondo, anche se continuando a guardarlo con diffidenza. Quando più volte Gianì si ritrova sull’orlo della completa rovina economica, il fratello minore diventa il suo supporto, così ricambiando quell’azione grazie a cui aveva salvato la vita. Durante quella marcia sulle spalle del fratello, Mario ha cominciato a vedere oltre il suo piccolo e ristretto orizzonte e ha smesso di essere Tarzan.

Fratelli della notte ha la sostanza laconica dei racconti di vita vissuta e la forza che deriva dalla prosa di Cavina. Lo scrittore va al di là della testimonianza o della rievocazione famigliare per rappresentare un mondo contadino lontano nel tempo, fatto di poche parole, di gesti e di azioni, di terra e fango, in cui quello che accade non ha bisogno di spiegazioni perché trova in sé il proprio significato.

Giorgio Scudeletti

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