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Retroscena

Giorgio Gori e il (fatal) rischio delle Regionali

Di Redazione31 Luglio 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Per il sindaco di Bergamo sarà la partita della vita. Se perde rischia la carriera politica

Giorgio Gori e il (fatal) rischio delle Regionali
Matteo Renzi e Giorgio Gori

Si è preso un rischio pazzesco Giorgio Gori. Il sindaco di Bergamo sarà il candidato del centrosinistra alle prossime regionali. Ma per lui si tratterà soprattutto della sfida della vita, perché in gioco c’è ben altro che lo scranno più alto di Palazzo Lombardia.

In questa elezione Gori si gioca tutto. Il passato, il presente e soprattutto il futuro. Qualora vincesse, avrebbe nella Regione un trampolino di lancio verso il governo dell’intero paese. Se invece perdesse, la sua carriera politica subirebbe uno stop devastante. E le sue ambizioni – locali, regionali e nazionali – ne uscirebbero drasticamente ridimensionate.

Battere Maroni non sarà per nulla facile. Il governatore uscente è un candidato forte, credibile. Un politico abile e conosciuto, con buona capacità di comunicazione. Il centrodestra è dato in crescita (più per indole suicida del Pd che altro). A meno di sgambetti giudiziari dell’ultim’ora, il leghista parte favorito.

Gori ha coraggio, gliene va dato atto. Ma la sua non è certo una corsa dissennata. E’ un rischio calcolato. Gori studia molto, sa analizzare gli scenari ben al di fuori dei confini bergamaschi. Rileggete con il senno di poi l’elenco degli incontri che ha avuto negli ultimi due anni con gli altri esponenti istituzionali, politici ed economici lombardi. Troverete una tela intessuta alla perfezione, con un disegno strategico preciso, non molto diverso da quello che lo portò a Palazzo Frizzoni.

Come tutti i temerari e gli strateghi che vogliano diventare “eroi” (perché così verrebbe salutata la capitolazione del centrodestra in Regione dopo 5 mandati), Gori però sa che il biglietto per il Pirellone è di sola andata. In caso di sconfitta, è evidente, non potrà più tornare a fare il sindaco di Bergamo (che sarà appannaggio delle voraci correnti del Pd). Ed è altrettanto chiaro che non gli saranno concesse vie di fuga parlamentari (altrettanto appetite). Gli potrebbe restare giusto un ruolo esecutivo per competenza imprenditoriale. Ma quello politico sarebbe kaputt.

Come tutti i personaggi di primo piano Gori è amato da taluni, invidiato da altri, profondamente odiato da altri ancora, anche nel centrosinistra. Non che la cosa lo turbi, per carità. Ma la sensazione è che più d’uno lo stia aspettando al varco. In quest’ottica va letto il suo messaggio: corro solo se ci sarà sostegno condiviso alla mia candidatura.

E’ il timore del trappolone dietro l’angolo. L’endorsement del segretario nazionale del partito – quello dell’Enrico stai sereno, per intenderci -, fa pensare. La facilità con cui Renzi ha dato il suo via libera al bergamasco è tutta a vantaggio del fiorentino. E ci sfido: se vince, vince il Pd e si accaparra la Regione più importante d’Italia. Se perde, perde Gori che non potrà più accampare ruolo politico alcuno. Anzi, l’ex premier si sarà liberato definitivamente di un altro “amico” pericoloso, per ambizioni e capacità.

Certo l’ex produttore televisivo dispone di mezzi finanziari e di comunicazione notevoli per riguadagnare consenso. Ma saranno la credibilità e l’autorevolezza che, a quel punto, risulteranno fatalmente indebolite. E stiatene certi, qualche detrattore interno lo farà pesare.

Giorgio Gori è certamente un cavallo di razza. Ma, ci perdoni la metafora equina, in politica vige un’altra regola: “Cavallo che perde non si ricandida”. Si applica, dicono, in particolare per taluni.

Wainer Preda

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