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Cultura

L’orrore dei gulag: “Ivan Denisovič” di Solženicyn

Di Redazione14 luglio 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
L’orrore dei gulag: “Ivan Denisovič” di Solženicyn
Alexander Solzenicyn

Il Novecento è stato “Il secolo degli estremi”, secondo il titolo originale che il grande storico Eric J.Hobsbawm diede al libro da noi conosciuto come “Il secolo breve”. Gli estremi furono principalmente le dittature prodotte dalle ideologie contrapposte, nazifascismo e comunismo, responsabili di avere edificato i totalitarismi, i regimi in cui la politica pretese di plasmare anime, corpi, e tempi di vita dei cittadini.

Chi per vari motivi non si integrava nel progetto totalitario era destinato alla perdita della libertà personale e successivamente, in molte circostanze, alla morte. Una delle eredità necessarie e terribili lasciateci dal “secolo degli estremi” è la letteratura imperniata sul racconto di ciò che fu il sistema concentrazionario, la rete dei lager con la sua capillare organizzazione.

Questi testi costituiscono un genere letterario a sé, in cui non conta solo il carattere testimoniale di ciò che leggiamo. I libri a carattere romanzesco, di taglio autobiografico, assumono un valore estetico e etico di cruciale importanza per il modo con il quale lo scrittore ha saputo restituire la propria visione dell’orrore di cui ha fatto esperienza. In questa prospettiva è importante e utile che sia tornato nelle librerie uno dei testi chiave che ha fatto conoscere al mondo l’universo stravolto del gulag, “Una giornata di Ivan Denisovič” di Aleksandr Solženicyn (Einaudi, pp. 296, 20 euro), romanzo seguito due lunghi racconti “Accadde alla stazione di Kocetovka” e “La casa di Matrëna”.

Questa edizione è la prima che dopo più di cinquant’anni dalla prima pubblicazione italiana (1963) offre la possibilità di leggere il racconto della giornata di Ivan Denisovič Suchov per come l’aveva scritto Solženicyn, tradotto da Ornella Discacciati, che introduce pregevolmente il volume e lo correda con un sobrio e utile apparato di note. Finora era reperibile nelle nostre librerie la versione concordata dall’autore con le autorità sovietiche, durante il breve periodo in cui il romanzo era circolato liberamente in Urss anche come arma polemica revisionista usata da Chruščëv contro il passato staliniano. Ci si trova di fronte nella sua integrità alla vicenda di un contadino che imprigionato da otto anni in un gulag, nel 1951, vive la propria giornata in condizioni vicine all’annientamento fisico, oltre che morale. Nei lager sovietici i prigionieri erano vittime di due carnefici, da una parte il regime politico teso all’annientamento dei suoi oppositori, veri o presunti; dall’altra la natura che attraverso il freddo insopportabile aiuta la politica a realizzare il suo obiettivo.

Suchov, come per quasi tutto il romanzo lo chiama Solženicyn, ha un solo scopo, la sopravvivenza, che persegue con diverse strategie imparate negli anni come zek (prigioniero ai lavori forzati). Solženicyn presta la sua esperienza di prigioniero di gulag, specie in Kazakhstan, al suo protagonista: anch’egli era stato condannato ai lavori forzati nel 1945, colto a criticare Stalin, e diventò obtorto collo muratore. Per Suchov è importante ma non fondamentale il motivo per cui si trova in quel campo di lavoro per detenuti politici, a trenta gradi sottozero durante il gelido inverno sovietico.

Semplicemente era stato catturato e imprigionato dai tedeschi durante l’operazione Barbarossa, ma, una volta fuggito dal nemico, si era trovato nelle mani ostili degli amici, i suoi concittadini sovietici che lo accusarono di disfattismo. Questo però lo si viene a sapere a circa metà del romanzo, perché veramente fondamentale per Ivan è l’esistenza momento per momento: svegliarsi con una leggera febbre al mattino; ipotizzare di ottenere qualche cura all’infermeria per evitare il lavoro forzato; sgomitare per ottenere la sbobba alla mensa; curare attentamente i propri strumenti di lavoro per conservarli e poter svolgere il proprio lavoro di muratore senza problemi; reperire i due rubli utili a comprare un bicchiere di tabacco dall’estone che lo vende sotto banco; conservare in condizioni decenti propri stivali di feltro, unica labile difesa contro il congelamento dei piedi avvolti in pezze ormai semidistrutte.

A volte nella mente di Suchov si affaccia qualche ricordo del passato, qualche pensiero per i campi del kolkhoz da anni senza di lui, qualche tenerezza verso i famigliari lontani. Ma si tratta di pause in una tensione febbrile determinata dalla volontà di vivere, mentre da un momento all’altro potrebbe arrivare, per motivi imperscrutabili, la notizia di un prolungamento della prigionia. E tuttavia, Ivan Denisovič non è Giobbe, che accetta le disgrazie con rassegnata ostinazione. È un invece un uomo che vuole conservare la propria identità di individuo pensante e dotato di empatia. La soddisfazione per un lavoro ben fatto nel costruire un muro, ma anche il piccolo aiuto dato a un compagno di camerata troppo ingenuo per conservare intatto un pacco mandato da casa, sono i segni del tenace desiderio di non lasciarsi travolgere dall’orrore quotidiano che vorrebbe assimilare i prigionieri a animali. Non a caso gli zek chiamano “la museruola” la pezza di feltro con cui coprono bocca e mento durante gli spostamenti lungo la pianura ghiacciata.

La dimensione quotidiana della prigionia e del lavoro forzato in condizioni al limite dell’esistenza è resa dallo scrittore russo con una scrittura scabra, dura, spigolosa, in cui la durezza e l’assurdità della vita in un gulag sono un dato di fatto. Il linguaggio è immediato, talvolta scurrile, alterna proverbi, modi di dire contadini e citazioni dalla Bibbia.

Anche questo contribuì a rendere indigesto il romanzo alle autorità sovietiche, che avrebbero gradito qualcosa di meno “contadino” e realistico, o almeno qualcosa di più vicino all’apprezzato, da loro, realismo socialista. È semplicemente dai luoghi, dalle azioni, dalle riflessioni e dai pochi dialoghi della narrazione, che mai si abbandona a toni di denuncia retorica e esplicita, che emerge quali siano stati i frutti avvelenati dell’ “età degli estremi”.

Giorgio Scudeletti

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