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Storia

Bergamo scomparsa: il progetto dell’Isabello

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Bergamo scomparsa: il progetto dell’Isabello
L'ospedale grande, da Bortolo Belotti

Abbiamo esaminato nella precedente puntata la fase quattrocentesca della costruzione dell’Hospital grande. All’inizio del XVI secolo la città fu coinvolta pesantemente nelle guerre che insanguinarono l’Italia. Occupata successivamente dalle truppe francesi e da quelle spagnole, devastata da pestilenze e carestie, rallentò o più probabilmente interruppe ogni attività di cantiere.

Solo nel 1536 il consiglio dei deputati dell’ospedale deliberò la costruzione di una loggia e la sistemazione della sala consiliare. Anche questa volta fu scelto il progetto di un architetto prestigioso, il più noto fra gli architetti bergamaschi del tempo: “magistro Pietro Abano ”, conosciuto anche come Pietro Cleri e soprattutto come Isabello, già attivo nella costruzione delle dimore più belle e ricche della città, nonché di edifici civili e delle cappelle delle maggiori chiese bergamasche.

Il contratto nominava più logge oltre a “porte, ussi, balconi, fenestre, scale, tutte quelle servitù che bisognaranno”. Era evidente che non si trattava solo di portare a termine o modificare la costruzione quattrocentesca, ma di attuarne una vera e propria ristrutturazione.

Impegno di “magistro” Isabello fu soprattutto la realizzazione della loggia rivolta verso il prato della fiera, immagine rappresentativa dell’assistenza centralizzata bergamasca e quindi del rango della città.

“Una facciata – rileva Lucio Franchini dalla documentazione fotografica precedente la demolizione – dallo schema preciso ed elegantissimo. Il piano terreno era strutturato da un portico di tredici archi, dei quali il mediano corrispondeva alla porta di ingresso in asse con ciascuna arcata si apriva nella superficie muraria dominante del piano superiore una finestra rettangolare di non grandi dimensioni, mentre il secondo piano concludeva il prospetto con l’estrema leggerezza di una teoria continua di archi sviluppata quanto il portico”. Leggere profilature in cotto di gusto lombardo sottolineavano la coerenza della facciata. “Il portico acquistava maggiore rilevanza per mezzo delle ghiere fatte di mattoni, contornate da un sopracciglio sporgente e ricoperte da un intonachino rosato”.

Non sappiamo, dati i rimaneggiamenti ottocenteschi fino a che punto essa corrispondesse al progetto dell’Isabello e neppure se tale progetto fosse di inventiva dell’architetto o in qualche modo rispettasse il modello quattrocentesco. Comunque l’edificio “non men grande e magnifico che comodo e ben disposto all’uso” sicuramente soddisfece le aspirazioni degli amministratori e della cittadinanza.

La sovraelevazione rispetto allo spazio pubblico, costituita da alcuni gradini davanti alla porta di accesso e da un muretto di sostegno alle colonne, serviva a creare un distacco dalla piazza antistante alla quale periodicamente affluiva una grande folla. Il porticato offriva riparo ai malati non allettati, ristoro ai pellegrini, spazio appartato per la erogazione delle elemosine. La veduta seicentesca di Giovanni Macheri mostra chiaramente la fronte a loggiato, la chiesa in facciata accessibile direttamente al pubblico e il chiostro o cortile interno sul quale si affacciavano gli ambienti più rappresentativi, compresa la farmacia. Non appare chiaramente percepibile un secondo chiostro più grande, che doveva già essere stato costruito e al centro del quale era una grande fontana.

L’intervento dell’Isabello non ampliò la capienza della struttura così che a soli quaranta anni di distanza si procedette alla costruzione di una nuova corsia destinata agli “incurabili”. Il braccio si innestava sui precedenti così da formare con essi una T, secondo una tipologia che si andava diffondendo nell’Italia settentrionale.

Nel 1596 la relazione del capitano veneto Giovanni Da Lezze al Senato della Serenissima confermava la disposizione delle sale di degenza. “Il luogo destinato agli infermi è diviso a triangolo nel cui mezzo c’è l’altare dove si celebra e mantiensi il Santissimo Sacramento cinto da una grata di ferro, disposto in modo che tutti gli infermi dai letti possono vederlo e adorarlo”.

Nelle corsie allo snodo centrale erano “cancelli o siano ferrate”che separavano rigorosamente uomini e donne impedendo qualsiasi contatto diretto. La presenza dell’altare sovrastato da un tiburio posto all’innesto dei bracci era già stato rilevato nel 1575 negli atti della visita apostolica del Cardinale Carlo Borromeo. Essi inoltre menzionavano la chiesa utilizzata esclusivamente per dare sepoltura a coloro che morivano nell’ospedale e battezzare i bambini esposti. Solo il giorno della festa di San Marco era prevista una solenne cerimonia alla presenza del Vescovo. Tutte le Messe ordinarie erano demandate ai frati del convento di Sant’Antonio Abate fino al momento in cui esso cessò la sua attività. In tale occasione l’Ospedale cominciò a provvedere al mantenimento di un priore e di un cappellano propri, in seguito anche di un certo numero di chierici. Per qualche tempo la chiesa fu popolarmente conosciuta anche come chiesa di Sant’Antonio.

L’Ospedale risultava dotato fin dalle origini di una sala del consiglio e di una cancelleria. Ovviamente da sempre vi trovavano posto le “servitutes”, magazzini, granai, mulino, forno ,cucina, dispense e cantine, o caneve poste queste ultime sotto la crociera allo scopo di isolarne il pavimento dall’umidità del sottosuolo. Il riscaldamento veniva fornito da bracieri portati da un “cucinetto ove si prepara il fuoco”. Dei “necessarii”, o servizi igienici è nota la presenza, ma non la collocazione. All’evacuazione provvedeva un complesso di canalizzazioni derivanti dalla diramazione della Roggia Nuova.

Il sempre crescente numero di ammalati e di esposti rese necessari nel Seicento e nel Settecento nuovi ampliamenti. Seguiremo nel prossimo incontro gli ultimi secoli di attività dell’ospedale e vedremo se è possibile ritrovare dopo l’infausta opera di demolizione qualche resto che riporti il “Venerando Hospital grande” alla memoria dei bergamaschi.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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