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Cultura

“Vite minuscole” in una prosa ricercata

Di Redazione7 luglio 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
“Vite minuscole” in una prosa ricercata
Pierre Michon

La letteratura ci ha abituato da molti anni alla scoperta di nuovi autori, che da sconosciuti desiderosi di far conoscere la propria immaginazione e la propria capacità di racconto diventano per le loro qualità la “prossima cosa grande”. Nel 1984 Pierre Michon in Francia conobbe un’improvvisa notorietà di questo genere esordendo con un libro che i critici e i lettori per le sue peculiarità cercarono di inquadrare in modelli illustri del passato Plutarco, Svetonio o Proust.

“Vite minuscole” è la narrazione di dieci esistenze (Adelphi, pp. 204, 18 euro, traduzione di Leopoldo Carra) collocate sullo sfondo della Creuse, regione rurale di cui lo scrittore è originario. Il titolo si spiega in due modi, uno più immediato e intuibile, l’altro forse più affascinante. Le vite che Michon racconta sono minuscole perché le donne e gli uomini protagonisti delle otto parti del libro non sono illustri, anzi sono individui comuni la cui esistenza grigia, misteriosa in alcuni risvolti, acquista valore memorabile solo grazie alla scrittura ricercata e preziosa che li definisce. Ma queste esistenze sono minuscole anche perché si allontanano nella memoria dello scrittore e solo grazie a questa distanza, lui le può reinventare. Ognuno dei dieci personaggi, infatti, appartiene all’esperienza personale del narratore oppure alla dimensione del racconto e del ricordo tramandato dentro la sua famiglia. Da qui egli trae la materia per costruire nel senso letterale del termine le loro esistenze, che diventano letterarie.

Emblematico dell’affabulazione attuata dallo scrittore francese è il primo capitolo dedicato al misterioso e evanescente André Duforneau, figlio di nessuno nel vero senso della parola. I bisnonni dell’autore “avevano chiesto al brefotrofio di affidare loro un orfano che li aiutasse nei lavori della fattoria, come si usava a quell’epoca, quando ancora non era stato messo a punto il compiacente e astuto inganno che, con la scusa di proteggere il figlio, porge ai genitori uno specchio lusinghiero, edulcorato, voluttuario”. André entrò a far parte della casa con un lavoro poco meno che servile, ma la nonna di Michon gli insegnò a leggere e scrivere, forse suscitando in lui una certa ambizione . Poi arrivò il servizio militare, durante il quale André capì di essere agli occhi degli altri solo un contadino. E infine il giovane irrequieto decise di sottrarsi all’angusto mondo rurale andando a cercare fortuna in Costa d’Avorio. Questi dati essenziali di una biografia minimale diventano nelle mani di Michon la base per ricostruire un’esistenza fatta di probabili ambizioni, stati d’animo immaginati, sguardi malinconici soltanto ipotizzati. I lunghi anni in Costa d’Avorio diventano l’occasione per perché la voce del narratore si faccia sentire prepotentemente. Egli assume in prima persona la responsabilità di colmare con la forza della parola e la sostanza impalpabile dell’immaginazione gli spazi biografici che si estendono tra una notizia e un ricordo precario. Michon sceglie spesso parole ricercate e a volte desuete e le combina in modo da costruire frasi che non siano solo uno strumento di comunicazione, ma che si arricchiscano di sensi profondi e ulteriori significati.

Gli uomini minuscoli diventano a volte rispecchiamenti dell’autore. Significativa in questo senso risulta la vicenda dei fratelli Bakroot, compagni dello scrittore in una rigida scuola religiosa a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. La loro profonda differenza si trasforma in odio che li spinge allo scontro fisico costante, riproponendo il modello arcaico di Caino e Abele. Uno dedito alla lettura ossessiva di romanzi avventurosi per ragazzi e ottimo studente, l’altro svogliato, provocatore, attaccabrighe e precoce sciupafemmine, rappresentano anche i due estremi tra cui si muove lo spirito di Michon. Lui li guarda affascinato, cerca di capirli e di sottrarre ai loro sentimenti contrastati il segreto dell’alternativa tra il fascino dell’immaginazione e della parole e l’attrazione verso una dimensione più carnale e immediata per la vita.

Il pregio del libro talvolta risulta anche il suo principale limite: questo linguaggio prezioso, pieno di risonanze, ricco di riferimenti letterari (e anche artistici) alti, talvolta tende a diventare fin troppo compiaciuto. L’autore è consapevole della sua capacità rara di scorciare le esistenze con la parola, ma questa può diventare un mezzo fine a se stesso. Il rischio, a volte sfiorato, è di leggere una prosa affascinante ma anche fine a se stessa.

Un’ultima annotazione va fatta al bravissimo traduttore Leopoldo Carra, che alle prese con un linguaggio complesso lavora con notevole finezza, riassumendo il senso del lavoro di Michon,” Come Proust, anche l’autore di di Vies minuscules si tormenta perché ha del suo compito un’idea assoluta: sa bene, cioè, che la scrittura è altro dalla realtà, ma che ciononostante può farsi carne, quindi sede di dolore, di momentanea gioia, di vita, di morte e di rinascita”

Giorgio Scudeletti

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