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Il cuore di tenebra del colonialismo italiano

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Il cuore di tenebra del colonialismo italiano
Mussolini e le truppe in partenza per l'Etiopia

Colonialismo e imperialismo sono stati fonte di ispirazione letteraria nel nostro paese prevalentemente fino alla Seconda guerra mondiale, quando l’Italia guidata da Crispi, Giolitti, e poi Mussolini, occupò e sottomise Libia, Somalia e Etiopia.

Diversi romanzi di scarsa qualità esaltarono le “grandi conquiste italiane”, soprattutto in epoca fascista. Alla fine del conflitto, si ricorda un solo, grande romanzo di ambientazione e argomento coloniale, “Tempo di uccidere”, di Ennio Flaiano, premio Strega nel 1947, la vicenda di un soldato italiano che uccide una donna etiope avviandosi sulla strada della diserzione e di ulteriori omicidi, per i quali non subirà alcuna conseguenza.

Date queste premesse, e la difficoltà che ancora oggi nel nostro discorso pubblico è palpabile quando si vuole parlare del nostro passato coloniale, è una sorpresa piacevole che uno dei casi letterari degli ultimi mesi sia un buon romanzo storico di ambientazione coloniale, “I fantasmi dell’impero” (Sellerio, pp. 542, 15 euro) scritto da tre esordienti, Marco Cosentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella. I tre autori, né scrittori, né storici, ma appassionati di storia coloniale, costruiscono la vicenda sulla base di una documentazione storica reale, dimenticata e probabilmente insabbiata, che Panella ha trovato tra le carte del Ministero dell’Africa Italiana.

I documenti riguardano un’inchiesta su un ufficiale italiano in Etiopia, il capitano Corvo, sospettato in base a un’informativa dei carabinieri, di avere brutalizzato nel 1937 le popolazioni della regione del Goggiam, nell’Etiopia centro-settentrionale, fomentando così una situazione già ingestibile. Infatti non si può dimenticare che la guerra per la sottomissione dell’Etiopia non si era conclusa il 9 maggio 1936, quando Mussolini annunciò la ricomparsa dell’impero “sui colli fatali di Roma”. Centinaia di cosiddetti “ribelli” continuarono il conflitto con le truppe italiane che si trovarono spesso in grandi difficoltà.

Il romanzo, ambientato tra 1937 e 1952 in Etiopia e Italia, si incentra sull’inchiesta voluta da Rodolfo Graziani, viceré italiano d’Etiopia, per capire cosa davvero stesse facendo Corvo. Graziani sospetta che in quella regione stia accadendo qualcosa di incontrollabile che potrebbe indebolire la sua già precaria posizione di Viceré, visto che a Roma sono in atto giochi di potere per sostituirlo con un membro della monarchia sabauda.

Per indagare in mezzo a una situazione estrema Graziani sceglie Vincenzo Bernardi, colonnello e soprattutto giurista integerrimo, già capace di appurare le responsabilità per l’attentato che aveva quasi ucciso il viceré stesso e che aveva scatenato una violentissima repressione italiana. Bernardi deve raggiungere il Goggiam nel mezzo della guerriglia in atto, comprendendo rapidamente di doversi difendere da due nemici: gli etiopici impegnati nel conflitto e soprattutto gli italiani. Più d’uno per motivi diversi cerca di eliminare il colonnello-investigatore o spera nella sua morte, temendo che la sua missione metta in pericolo torbidi equilibri di potere o posizioni di comando tenute da alti ufficiali incapaci. Bernardi può contare solo su due collaboratori fidati, il tenente Valeri e lo sciumbasci (maresciallo) Welè, etiope inquadrato nell’esercito italiano. Questa esigua alleanza è fondamentale in un’area in cui esercito regolare, carabinieri, camicie nere e bande irregolari guidate da italiani sembrano combattere ognuno una propria guerra, spesso più contro i connazionali di schieramento diverso che contro gli etiopi.

Progressivamente il colonnello italiano intuisce che Corvo in realtà è solo un vaso di coccio tra vasi di ferro, mentre è in atto un vasto complotto che arriva fino ai palazzi del potere a Roma, e in particolare al conquistatore d’ Etiopia e Duca di Addis Abeba, Pietro Badoglio. Nel contempo ci troviamo di fronte alle modalità di “civilizzazione” usate dagli italiani in Etiopia: rastrellamenti, violenze gratuite e incontrollate, stupri, bombardamenti aerei con armi chimiche. In questo senso è emblematica la vicenda di Pirzio Biroli, ex sciabolatore medagliato alle Olimpiadi e soldato ammirato da Montanelli, governatore italiano nella zona del Goggiam, occupato più dalle giovani, spesso minorenni, ragazze etiopiche, che non dal difficile conflitto in atto.

Recuperando nel modo migliore la lezione manzoniana del romanzo storico, i tre autori mescolano finzione e realtà con grande abilità. I personaggi reali importanti, Graziani, Badoglio, Pirzio Biroli, Mussolini, o comuni, il tenente Valeri e il centurione della Mvsn Agosteo, interagiscono con notevole credibilità con personaggi di invenzione come Bernardi (seppure ispirato all’autentico capo della Giustizia Militare dell’Africa Orientale). A questa credibilità contribuisce l’accurata ricostruzione storica che dà uno sfondo molto solido alla vicenda. Questa deve molto agli studi sempre più approfonditi sul colonialismo italiano fioriti negli ultimi trent’anni. Ma hanno un peso notevole anche i documenti che sono parte integrante del romanzo.

Le decine di telegrammi e informative segrete che punteggiano la narrazione, in gran parte autentici, danno un quadro estremamente chiaro delle ambiguità, delle insicurezze, delle ambizioni inconfessabili in atto nell’impero italiano. In questo ginepraio politico e militare Bernardi si muove con sempre maggiore disorientamento aggrappandosi soltanto al proprio tormentato senso etico e alla propria ragione. Solo l’etica e la ragione permettono al protagonista di portare a termine la propria indagine nel 1952, avendo conferma che il desiderio di potere è il veleno più potente e più intossicante.

Giorgio Scudeletti

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