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Storia

Bergamo scomparsa: l’ospedale alla funicolare

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Bergamo scomparsa: l’ospedale alla funicolare
L'Hospitale grande di San Marco nella pianta prospettica di Alvise Cima

Abbiamo visto in un incontro precedente come il rifiuto dei frati antoniani alla cessione del proprio ospedaletto, sito nel luogo dell’attuale Palazzo Frizzoni, costringesse le autorità civili e religiose della città alla scelta di una nuova area per la collocazione dell’erigenda struttura.

Innumerevoli sedute proposero le soluzioni più diverse, ma alla fine prevalse l’opzione di un sito posto all’estremità del Prato di Sant’Alessandro in un fondo derivato da un lascito di Pietro Francesco Brembati e ampliato con l’acquisto di un terreno limitrofo in zona prato Bertelli. Una strada chiusa presso la stazione della funicolare conserva ancor oggi il nome.

Il sito presentava tutti i requisiti richiesti dalla trattatistica contemporanea. Il clima mite, dovuto all’ottima esposizione ai piedi della collina, favoriva l’equilibrio degli umori necessario, secondo la dottrina ippocratica ancora molto apprezzata nel Rinascimento, al risanamento del corpo. L’area pianeggiante, interna alle muraine ma scarsa di abitazioni, equidistante dai due grandi borghi di San Leonardo e Sant’Antonio, era agevolmente raggiungibile sia dalla città che dalla campagna. L’approvvigionamento idrico risultava assicurato dalla presenza della roggia o Seriola Nuova, dalla quale una diramazione arrivava a sottopassare l’ospedale stesso.

La prima pietra fu posta il 12 giugno 1474, ma solo nel 1479 il cantiere risulta in attività. Dobbiamo alle attente ricerche di Maria Mencaroni un’affascinante ipotesi che individua l’artefice del progetto in Giovanni Antonio Amadeo. La studiosa ha infatti reperito nell’archivio dell’Ospedale maggiore un documento inedito che cita un “magistrum Joannem Antonium…”. Purtroppo lo spazio vuoto a seguito del nome ci impedisce di conoscere il cognome o il patronimico.

Sappiamo che l’Amadeo aveva lavorato fino al 1477 alla Cappella Colleoni e fino al 1478 sono documentati i suoi rapporti se non altro economici con la nostra città. Aveva inoltre una diretta esperienza dell’architettura ospedaliera avendo operato giovanissimo insieme a Guiniforte Solari alla seconda fase dei lavori dell’Ospedale Grande di Milano. Questi ed altri elementi documentari inducono la studiosa ad escludere una casuale omonimia. Gli amministratori bergamaschi non potevano non pensare a lui ,architetto fornito della necessaria competenza pratica ma anche attento conoscitore delle teorie costruttive d’avanguardia. L’ edificio era destinato a portare utilità alla città, ma anche un alto grado di decoro all’immagine urbana.

Si può quindi affermare senza riserve che il progettista dell’ospedale bergamasco fu Giovanni Antonio Amadeo. Sicuramente suo era un modello in legno ora perduto ed allora consevato presso l’aula del consiglio dell’ospedale. Non risulta che egli sia mai stato presente ai lavori di edificazione. Sulla scorta del modello ligneo, alla “fabrica” operarono maestri, capomastri e carpentieri cittadini e diedero la loro consulenza i più rinomati esperti, tra tutti il “magnum inzignerium” Alessio Agliardi di antichissima famiglia bergamasca ma grandemente stimato anche a Venezia dove aveva prestato la sua opera alla canalizzazione del Brenta.

I “pichapetra” estraevano la pietra da lavorare dalla vena della Noca, località che supponiamo corrisponda all’attuale via Noca, la scalinata che congiunge la porta Sant’Agostino con l’Accademia Carrara. L’area doveva già essere di proprietà dell’Ospedale in quanto parte dei beni del soppresso ospedale di San Tomaso della Gallinazza.

Non possiamo sapere in quali termini il progetto ligneo sia stato realizzato. Gli scarsi indizi documentari ci dicono di una “Crosera”, crociera o pianta a croce, elemento fondamentale degli ospedali quattrocenteschi e presente anche nella “Ca’ Granda” di Milano. Era l’infermeria in cui venivano ricoverati i malati. Maria Mencaroni sottolinea che non necessariamente la pianta a croce era completa. Con lo stesso termine si potevano anche designare due soli corpi che si congiungevano ad angolo retto e questa dovette essere la planimetria iniziale dell’ospedale bergamasco. All’incrocio dei bracci era probabilmente già allora l’altare, che troveremo menzionato in documenti riguardanti le ristrutturazioni successive.

Circa l’esterno possiamo trarre qualche informazione dalla presunta veduta prospettica della Bergamo quattrocentesca attribuita ad Alvise Cima. Essa ci mostra tre corpi di edifici connessi in facciata da un loggiato e congiunti mediante un edificio più basso alla cappella di San Marco. Nella parte retrostante un primo cortile, nel quale era probabilmente situata la spezieria.

All’inizio del Cinquecento l’ospedale appariva ancora incompleto, ma già insufficiente alla necessità e bisognoso di riparazioni. Vedremo nel prossimo incontro le vicende successive.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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