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Politica

Trump e l’equilibrio mondiale in chiave realista

Di Redazione29 Maggio 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Ecco come il presidente americano sta cercando di ridisegnare lo scacchiere internazionale

Trump e l’equilibrio mondiale in chiave realista
Donald Trump e l'Arabia Saudita

Il viaggio del presidente americano Donald Trump in Medioriente, prima tappa Arabia Saudita, passerà alle cronache come il primo atto di chiarezza della politica trumpiana.

Nelle sue dichiarazioni, nell’utilizzo delle parole e nelle sfumature del linguaggio adoperato, nonché nei gesti, si colgono con chiarezza le intenzioni ed il disegno geopolitico americano. Un disegno improntato al pragmatismo, alla necessità di leggere fatti e circostanze nella loro cruda realtà, fuori da pregiudizi ideologici e da idealità.

L’America non si presenta più come il paladino della democrazia e della libertà, pronto ad intervenire dove questi due principi vengano violati, ma piuttosto come alleato forte, pronto a fornire appoggio e sostegno, sia nell’interesse dell’America che degli alleati, per garantire la pace e la sicurezza.

Fuori dagli schemi del politicamente corretto, a Riad è entrato in scena il “sistema America” (Dipartimento di Stato, Pentagono, servizi segreti, consigliere per la sicurezza, grandi lobby), in sostanza grandi affari e potere militare che insieme sostengono il presidente.

Con molta chiarezza, in trenta minuti di discorso davanti a circa cinquanta capi di stato, Trump ha esposto il suo piano: nessuno scontro tra fedi: “Prenderemo decisioni basate sull’esperienza, non su un’ideologia inflessibile. Non siamo qui a dare lezioni, per dire agli altri come devono vivere, che cosa devono fare, o in che cosa bisogna avere fede. Proponiamo un patto contro l’estremismo islamico. Lo scontro non è più una battaglia tra fedi, sette o civiltà differenti. Oggi la battaglia è tra i barbari criminali e le persone perbene di ogni religione. E’ la battaglia tra il bene e il male”.

Una battaglia nella quale tutti i capi di stato presenti, cinquantacinque, pur nella spesso estrema diversità delle loro situazioni politiche e religiose interne, possono riconoscersi: guerra all’Isis e contenimento/isolamento dell’Iran sciita, considerato ancora degli analisti americani un pericolo per la pace e la stabilità dell’area, nonostante la recente affermazione di Rouhani.

Ha ribadito il ritorno al sostegno e all’alleanza antica con l’Arabia Saudita, corroborata e favorita anche da massicci investimenti e affari per miliardi di dollari che porteranno lavoro negli Usa e investimenti, appunto, in Arabia. Quest’ultima alle prese con una complessa modernizzazione del Paese e con la ancor più complessa uscita dalla dipendenza economica dal petrolio, acquisterà dagli stati Uniti tecnologia e beni di consumo ricevendone in cambio stanziamenti produttivi.

Passando, poi, all’altro grande irrisolto problema israelo-palestinese ha affermato:”Dopo l’Arabia Saudita sarò in Israele e in Vaticano. Se le tre religioni saranno in grado di collaborare, allora la pace nel mondo sarà possibile, anche la pace tra Israele e Palestina”.

Trump sembra essere convinto che un dialogo costruttivo si possa avviare alla condizione che gli insediamenti dei coloni israeliani nei territori occupati diminuiscano significativamente e che i Palestinesi cessino violenze ed estremismi, non esitando a definire Hamas “un’organizzazione terrorista”.

Certamente un discorso dai toni forti, specialmente per quanto riguarda il terrorismo, ma chiarissimo e dai risvolti importanti anche per l’Europa che ha bisogno della collaborazione preziosa dei governi arabi per battere l’estremismo islamico e il terrorismo.

Anche un avviso chiaro, l’Occidente, l’Europa in particolare deve emanciparsi dalla protezione Americana per garantire a se stessa pace, libertà e democrazia. L’America non è più la stessa, non assumerà più le posizioni internazionaliste del 1947, non crede più nella esportazione della democrazia con le armi e la destabilizzazione dei regimi, le primavere arabe hanno insegnato.

Riguardo ai rapporti con l’Iran e la minoranza sciita, l’apparente durezza delle affermazioni di Trump sembra più il tentativo di esercitare una pressione forte sul governo in un momento di particolare debolezza economica e sociale che una minaccia reale. L’economia Iraniana è in difficoltà per le ingenti somme spese nel sostegno alla Siria e all’Iraq, una larga fetta di popolazione è disoccupata e, nonostante l’affermazione dei moderati, cresce il mal contento, non potranno continuare a finanziare Assad e le milizie sciite in Iraq. Gli Iraniani, dal canto loro, non sembrano dar troppo peso a tali prese di posizione, “l’Iran rispetterà l’accordo nucleare, se gli Stati Uniti lo rispetteranno” ha affermato il parlamentare conservatore Hamid Reza Taraghi in una recente intervista rilasciata all’inviata del Corriere Viviana Mazza.

La posizione assunta da Trump non sembra essere dettata, almeno nelle conseguenze che lascia supporre, da questioni di calcolo di equilibri di potere o di democratizzazione, ma piuttosto da una attento pragmatismo nel contesto di una antichissima lotta religiosa tra sunniti e sciiti, rispetto alla quale pone un punto di convergenza, da un lato, la lotta egli estremismi e al terrorismo, e dall’altro, sostenendo l’Arabia Saudita, tende a stabilizzare l’area impedendo il disgregarsi degli stati in unità tribali, e a favorire l’azione di modernizzazione del Paese avviata dal principe Salman, designato alla successione, che vuole emanciparlo dal clero conservatore islamico, wahabita e salafita, per accompagnarlo verso una possibile laicità moderna. L’impresa è difficile e complessa: l’attuale sistema di potere è legittimato dall’ideologia wahabita, per superarla e rilegittimarsi ha bisogno di successi in campo economico e sociale e il sostegno dell’America è fondamentale; deve sganciare il sistema economico dalla dipendenza del petrolio e necessita quindi di ingenti investimenti.

Anche nei confronti di Israele sembra si avvii un ritorno ad una alleanza forte che pone, tuttavia l’urgenza di una soluzione al problema Palestinese non più procrastinabile. Qui, però, il condizionale è d’obbligo: il premier israeliano dovrà fare i conti con la sua maggioranza nella quale la destra ortodossa ha una parte notevole e il premier palestinese, a sua volta, dovrà vedersela con Hamas.

L’incontro con il Papa non è stato entusiasmante, direi piuttosto tiepido e dagli esiti incerti.

Ovviamente il giudizio complessivo non può che rimanere sospeso, almeno fino alla prova dei fatti. Una cosa, tuttavia è certa: l’America non è più, almeno finché ci sarà questo presidente, quella che conoscevamo e fino alla prova dei fatti il giudizio su quest’America rimane sospeso.

L’Europa ha, per parte sua, da riflettere sulla evidenza del fatto che non potrà contare più sulla protezione americana e che sarebbe opportuno che cominci a pensare seriamente a darsi una difesa comune, a presentarsi come potenza regionale, a guardare al mediterraneo come area strategica sia per lo sviluppo che per gli equilibri geopolitici altrimenti corre il rischio di marginalizzarsi, di immiserirsi dando spazio e fiato ai sovranismi più populisti e demagogici di una somma di staterelli irrilevanti e sempre meno liberi e democratici. Se Trump non piace non è facendogli le boccacce o ignorandolo che lo si sconfigge, è pur sempre il Presidente eletto degli Stati Uniti, non certo il principe dello stato di Seborga, liquidabile con un’alzata di spalle ed un sorriso di sufficienza, considerato, per altro che la platea dei leader europei non sembra esattamente un consesso di statisti di grande caratura, vista la situazione in cui versano la maggioranza delle popolazioni europee.

Giudizio sospeso dunque, ma per tutti.

Giuseppe Petralia

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