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Storia

Bergamo scomparsa: l’Hospital grande di San Marco

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Bergamo scomparsa: l’Hospital grande di San Marco
La piazza sede della fiera, antistante il vecchio ospedale

Il progetto di fusione dei piccoli centri di ricovero in un unico organismo a servizio della città intera era già stato oggetto di trattazione presso il consiglio maggiore cittadino fin dal 1449.

Anche Bergamo sentiva come indispensabile quel processo di razionalizzazione della gestione assistenziale che in quel momento stava coinvolgendo molti stati europei e produceva soprattutto nell’Italia settentrionale esiti di notevole valore architettonico. Ma, come sottolinea lo studioso Lucio Franchini, fu soprattutto cura del vescovo Giovanni Barozzi, da noi già conosciuto come committente della nuova cattedrale, il compimento della prassi di realizzazione. Era fra i compiti ordinari dell’autorità ecclesiastica sovrintendere all’attività assistenziale, che la Chiesa da sempre svolgeva in xenodochi e ricoveri annessi ai conventi.

Il 5 novembre 1457 veniva redatto nel palazzo episcopale l’atto solenne di istituzione dell’Hospital grande dedicato alla S.S. Vergine e a San Marco alla presenza delle autorità religiose, del podestà e del capitano in rappresentanza della Serenissima e di tutti gli esponenti del governo cittadino. Il vescovo concedeva la soppressione degli undici ospedali preesistenti, l’incameramento dei loro beni e delle loro entrate, nonché la vendita dei beni immobili loro pertinenti con l’obbligo della devoluzione di ogni ricavato alla costruzione della nuova fabbrica.

La delibera, dilazionata a causa delle trattative con i diversi nosocomi e ripetuta il 16 ottobre 1458, ebbe una “patente” del Doge nel giro di soli due giorni e una “bolla” di benestare papale nel giugno 1459.

Essendo allora gli ospedali riconosciuti come enti di natura ecclesiastica, il potere episcopale godeva di un ruolo primario nel patronato dell’istituzione, ma esso fu nettamente limitato all’ambito spirituale e morale. Per volere del Barozzi l’atto costituvo ordinava infatti che i vescovi e i vicari non potessero ingerirsi “nel detto Ospitale, né nelli beni et persone di quello”. La lungimirante iniziativa evitò quasi del tutto nei secoli successivi conflitti tra autorità religiose e mondo laico, purtroppo altrove frequenti.

Sottolinea lo studioso Franchini che lo statuto garantiva l’assistenza ai poveri della città e del territorio solamente se affetti da malattie sanabili o da stati traumatici. Conformemente alle strutture di contemporanea istituzione, erogava cure “specializzate” escludendo i malati cronici fino ad allora indistintamente accolti dagli xenodochia. L’incorporazione dell’Ospedale di San Lazzaro dei lebbrosi forse era stata un’eccezione. Solo nel giugno del 1572 in seguito ad un ampliamento della struttura, che vedremo, fu deliberata la costruzione di una “infermaria degli incurabili”.

Il finanziamento era programmato da annuali oblazioni cui si erano obbligate in perpetuo autorità e associazioni cittadine, religiose e laiche, designate in un lungo elenco stilato contemporaneamente all’atto di fondazione. Ma era soprattutto la beneficenza attuata in modo più o meno spontaneo attraverso elemosine, questue, lasciti a costituire il profitto maggiore. Ai notai si faceva obbligo di consigliare ai testatori una donazione a favore dell’istituzione. E ogni anno il giorno della festa di San Marco una cerimonia solenne alla presenza del vescovo nella cappella dell’ospedale assicurava ingenti contribuzioni. L’opera di pietà garantiva l’indulgenza, liberava dal timore della morte e dell’al di là.

D’altra parte non è errato asserire che gran parte della nostra civiltà occidentale si è formata proprio attraverso l’utilizzo delle offerte indirizzate alle indulgenze in una forma di ridistribuzione della ricchezza che ha consentito non solo la costruzione e l’abbellimento di edifici sacri, ma anche la istituzione di opere indispensabili alla sopravvivenza della società.

Vedremo nel prossimo incontro che l’ospedale era costruito ai margini del prato di Sant’Alessandro, dove una volta all’anno nei giorni della festa patronale aveva luogo una grande fiera di portata internazionale. Circa duemila le botteghe di legno, montate annualmente, poi smontate e riposte fino all’anno successivo. Per gli spazi e per il legname i mercanti dovevano pagare un affitto, che in età medioevale era stato riscosso dai canonici della cattedrale di San Vincenzo, successivamente era passato in godimento del Comune. Il 22 ottobre 1475 la città ne concedeva la fruizione all’ospedale, al quale sarebbe rimasta per più di quattro secoli, costituendo per l’ente una delle maggiori fonti di sostentamento.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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