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Storia

La Guerra di liberazione? Non fu solo dei partigiani

Di Redazione26 Aprile 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
La Guerra di liberazione? Non fu solo dei partigiani
Bersaglieri della Legnano a Bologna

Riceviamo e pubblichiamo questo intervento da parte di Michele Galante, presidente dell’Associazione nazionale combattenti guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle forze armate (Ancfargl) di Bergamo, in merito al ruolo svolto dai reparti delle forze armate italiane nella cosiddetta “Guerra di liberazione”.

“Gentile direttore,
da alcuni anni osservo con attenzione innumerevoli articoli di varie testate che scrivono riguardo al periodo storico definito “Il secondo Risorgimento d’Italia” che più comunemente è chiamato “Guerra di liberazione 1943-45”.

Soldati della Montelungo

Soldati della Montelungo

Anche con una certa risonanza mediatica gli unici articoli che raccontano fatti e personaggi della “Guerra di liberazione” ricordano solo una parte della storia: le sorti degli internati militari italiani, le vicissitudini
delle tragiche ritirate o sconfitte militari e le attività partigiane.

Oltre a questo manca però un altro tassello che completa in modo corretto la storia: il contributo materiale e morale dei reparti regolari delle rinate forze armate italiane dopo l’8 settembre 1943.

Dopo il prevedibile ed iniziale sbandamento dovuto all’armistizio il governo legittimo con a capo il re riuscì a costituire non solo l’esercito (con la prima battaglia di Montelungo l’8 e 16 dicembre 1943) ma tutte le forze armate che combatterono, come cobelligeranti, in concerto con le truppe alleate in Italia.

Soldati della Legnano

Soldati della Legnano

Molti reparti rimasero compatti al giuramento prestato alle istituzioni italiane e iniziarono da subito la resistenza contro il tedesco invasore (ricordo su tutti il LI° Btg Bersaglieri A.U.C. e i reparti della Legnano).

I militari caduti dei reparti regolari delle forze armate durante i 18 mesi di guerra furono circa 87.000 ed a fine conflitto gli uomini impiegati furono più di 500.000 senza contare le Salmerie di combattimento, la Regia marina, la Regia aeronautica, la Guardia di finanza, le Divisioni costiere e i Carabinieri.

Tutto questo, mi duole affermare con sconcertante tristezza, è ignorato da molti organi di informazione (Tv e giornali) ma anche da molti sindaci ed amministratori locali a vantaggio solo delle formazioni partigiane che, per preparazione e equipaggiamenti, non erano in grado di liberare da sole l’Italia.

Auspico, pertanto, una maggiore considerazione per quei ragazzi del tempo (ora ultra novantenni) che decisero di continuare a portare le stellette sul bavero per riscattare l’onore dell’Italia, della Patria e liberare il suolo nazionale dalle forze armate germaniche: essi non scapparono sulle montagne e né disertarono.

Il sacrificio dei nostri militari contribuì, successivamente, alla nascita delle nostre istituzioni repubblicane a cui dobbiamo democrazia, libertà e progresso. Il continuo contributo di sangue che le nostre forze armate hanno dato e continuano a dare (con alto senso del dovere ed esemplare dedizione) anche oggi per l’Italia, per gli italiani e per le libere istituzioni repubblicane non deve essere dimenticato ma, anzi, sempre ricordato con orgoglio.

Deve essere un impegno morale per il bene dell’Italia tutta e gli organi di informazione non possono esimersi”.

Michele Galante
presidente Ancfargl Bergamo

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