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Politica

L’Europa e lo “strano” rapporto con la Russia

Di Redazione7 Aprile 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

I civili morti nell’attentato alla metropolitana a San Pietroburgo sembrano di serie b e destano un sobrio cordoglio

L’Europa e lo “strano” rapporto con la Russia
Vladimir Putin

La notizia della strage avvenuta il 3 aprile nella metropolitana di San Pietroburgo, per mano di un terrorista kirghiso con cittadinanza russa, e che ha causato la morte di 14 cittadini e decine di feriti, ha avuto scarso risalto sui giornali occidentali e italiani forse a causa del pregiudizio culturale e di una mal celata diffidenza dell’opinione pubblica occidentale verso la Russia.

L’attentato, avvenuto mentre Vladimir Putin era proprio a San Pietroburgo per incontrare il presidente bielorusso Lukashenko aveva, con ogni probabilità, come obiettivo indiretto Putin in un momento in cui la sua immagine è in crisi anche a causa del recente arresto dell’oppositore Aleksej Navalny. La tragedia, comunque, potrebbe avere diverse cause: il ritorno in patria dei ceceni che hanno combattuto con l’Isis; l’inizio di una autonoma strategia della jihad centro-asiatica contro l’impegno in Siria della Russia o un avvertimento per evitare che questa si impegni ulteriormente nella lotta alla jihad in Medio Oriente. Comunque sia l’avvertimento è diretto a Putin. Se la jihad riuscisse a provocare disordini e conflitti, lungo tutto il confine meridionale della Federazione Russa, comprometterebbe gravemente il progetto euroasiatico di Putin e comporterebbe un possibile isolamento della Russia con la conseguenza di una possibile crisi strategica ed economica.

La Russia, peraltro, è impegnata contro l’islamismo jihadista sia a sostegno di Assad in Siria, sia in Asia: dal Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan fino allo Xinghiang, dove sono presenti i radicali islamici turkmeni.

La cronaca dei fatti, quale si legge nelle rassegne stampa, sembra quasi evidenziare una differenza tra le vittime. Quelle americane, francesi e tedesche hanno destato un moto generale di cordoglio e indignazione, grandi titoli e mobilitazioni, queste russe quasi una mesta e discreta presa d’atto. Certamente c’è in Occidente una diffusa diffidenza contro il presidente Putin e la Russia sebbene tale atteggiamento sia in alcuni paesi europei più forte, in altri meno ed emerga addirittura un certo tasso di simpatia. In fondo non è difficile capire come la collaborazione con la Russia sia ormai necessaria non solo in campo energetico ma anche per lottare contro il terrorismo.

La politica delle sanzioni, insieme ad un eccessivo, a mio giudizio, allargamento dell’Europa verso Est, verso i paesi dell’ex patto di Varsavia, voluto dalla Germania, che storicamente guarda in quella direzione per i propri interessi economici e di mercato, e sostenuto in modo subdolo dall’Inghilterra, che in tale eccessivo allargamento vedeva l’allontanarsi della realizzazione piena dell’Europa quale potenza regionale, ha prodotto un irrigidimento dei rapporti con la Russia che in qualche modo si è vista minacciata e ha reagito. Bisogna ricordare, tuttavia, che l’economia russa ha tenuto livelli di crescita, dal 2000 e fino al 2008, del 7% annuo grazie alle riforme economiche realizzate negli anni Novanta e alla crescita consistente del prezzo del petrolio. Nel 2009, come fa notare l’Economist, subisce una crisi con un calo pesante del Pil, dovuto in parte “al tipo di economia che la Russia moderna ha ereditato dall’epoca sovietica”.

L’Europa ha il dovere di guardare al futuro, sia per quanto riguarda le politiche internazionali ad Est che nel Mediterraneo, se vuole assumere un ruolo e un peso che le consentano di sedere al tavolo dove si ridisegnerà il sistema di equilibrio mondiale.

Questo significa adottare strategie che favoriscano, per quanto riguarda l’Est e la Russia, il dialogo e la possibilità che Putin comprenda l’interesse a realizzare riforme che consentano al suo paese di aprire un sistema chiuso e opprimente, abbandonando la strategia della repressione del dissenso, del confronto costante e costoso con l’occidente, portando a compimento le riforme iniziate negli anni Novanta e presentandosi come un riformatore moderato modificando, anche solo in parte, il sistema di bilanciamento dei poteri interni.

Se si osservano i fatti, credo si possa affermare che le sanzioni non hanno ottenuto gli effetti sperati e si sono ritorte contro chi le ha volute e imposte.

Paesi europei, quali la Grecia, l’Italia, la Spagna, l’Ungheria, la Cecoslovacchia ed altri, manifestano, in modo sempre più chiaro, la loro non condivisione di politiche restrittive e punitive nei confronti della Russia e avvertono la necessità di cambiare strategia aprendo rapporti di collaborazione e di scambio costruttivo con la Federazione Russa sia in campo economico-commerciale che nella lotta ai terrorismi e agli estremismi.

Non si può continuare con la retorica antirussa e chiedere ad altri l’accettazione di modelli che non siano frutto di una loro conquista. Non si deve, nel contempo, rischiare di presentarsi disuniti davanti ad un interlocutore difficile che mostra disponibilità e considerazione nei confronti dei sovranisti antieuropei, nostrani e vicini, senza tenere in considerazione la possibilità del rischio di allontanamento dall’Europa dell’America di Trump e del ridimensionamento del ruolo della Nato che lascerebbe l’Europa scoperta dalla difesa nucleare, ma disporsi, come scrisse Burke, “ad aderire a qualche progetto idoneo che non raggiunga l’assoluta perfezione dell’idea astratta, piuttosto che a spingere per quello più perfetto” e rischiare la crisi.

L’Europa, per parte sua, non si è ancora data un connotato statale, come sostiene Henry Kissinger, con la conseguenza di un vuoto di autorità al suo interno e uno squilibrio di potere alle sue frontiere.

Credo che sia giunto il tempo per riconsiderarsi, per darsi, senza indugi ulteriori, un connotato statale e recuperare autorità e prestigio mondiale, manifestando umana solidarietà, pietà per le vittime, che sono tali indipendentemente dal luogo dove vengono assassinate o dalla Nazione a cui appartengono, e nel contempo mostrare il coraggio e la determinazione di scelte coerenti con un disegno strategico di ampio respiro che tenga conto della storia, consideri il presente e guardi al futuro.

Giuseppe Petralia

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