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Storia

Bergamo scomparsa: l’ospedale di Sant’Antonio

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Bergamo scomparsa: l’ospedale di Sant’Antonio
Palazzo Frizzoni, attuale sede del Comune di Bergamo

Abbiamo visto nell’ultimo incontro come anche a Bergamo, intorno alla metà del Quattrocento, si progettasse l’accorpamento dei piccoli ospedali disseminati nella città in un unico grande organismo la cui gestione oltre ad ottimizzare i servizi avrebbe consentito un maggior controllo.

L’operazione voluta sia dall’autorità comunale che dal vescovo, accolta con riluttanza da molti, suscitò la decisa opposizione dei frati di Sant’Antonio abate che gestivano un piccolo ospedale in località Prato, più o meno dove oggi si trova Palazzo Frizzoni.

Chi erano? Dobbiamo alle attente ricerche di Maria Mencaroni il recupero delle informazioni riguardanti una vicenda per molti versi sconosciuta. La comunità antoniana, sorta nel XIII secolo a Vienne in Francia, aveva avuto una rapida diffusione in tutta Europa e anche in Oriente. Originariamente laica, nel 1297 era stata tramutata da Papa Bonifacio VIII in ordine di canonici regolari. Santo protettore Sant’Antonio abate, il grande eremita egiziano che un’iconografia profondamente radicata a livello popolare e diffusa dagli antoniani stessi presentava con gli attributi di un porcellino e di un bastone terminato a forma di tau o gruccia.

Appunto la figura della tau appariva sull’abito dei frati in un distintivo cucito in panno blu. Il porcellino era l’animale dal quale essi ricavavano i grassi con cui curavano i malati di “fuoco di Sant’Antonio”, l’ergotismo, malattia allora molto diffusa a causa dell’utilizzo commestibile della segale cornuta.

Gli antoniani, arrivati a Bergamo verso la fine del Trecento, si erano insediati in un ospedaletto che la tradizione ritiene fondato dalla nobile famiglia cittadina dei De la Sale. La studiosa Maria Mencaroni ci dà però notizia di un documento conservato nel fondo pergamene dell’archivio della Mia, attestante la presenza di un misterioso frate Francesco che nel 1382 era citato come edificatore dell’ospedale e della chiesa annessa.

Non era in “habito religioso”, ma “portabat pannos lungos et signum S. Antonii scilicet unum T super pectore”. Gli antoniani erano già dunque a Bergamo all’epoca e avevano partecipato all’edificazione della struttura? O ne avevano essi stessi elaborato l’iniziativa?

Il problema divenne oggetto di una disputa intorno alla metà del secolo successivo. L’autorità comunale chiedeva ai frati non solo l’accorpamento del piccolo nosocomio, ma la cessione dell’edificio stesso in luogo del quale doveva essere costruito il nuovo Hospital Grande. La contesa durò a lungo. Gli antoniani, dipendenti dalla precettoria di Ranverso vicina a Torino, difendevano pervicacemente diritti e previlegi acquisiti nel tempo.

La cittadinanza rimproverava loro la scarsa tutela della struttura, nonché lo scarso impegno nell’attività ospedaliera. Riteneva inoltre abusiva la loro presenza, ribadendo che l’ospedale era sorto a vantaggio dei poveri della città per iniziativa di una famiglia bergamasca. I frati erano accusati di elemosinare e trattenere le offerte per sé e per la precettoria piemontese di appartenenza.

Fu il vescovo Barozzi a comporre la vertenza. Il piccolo ospedale fu accorpato, ma i frati poterono rimanere nella loro sede dove continuarono ad esercitare attività di accoglienza e a celebrare nella loro chiesa. Rimasero fino al 1586, quando l’edificio, che era adiacente al convento femminile di Sant’Agata, fu acquisito dalle monache di Santa Lucia vecchia. La chiesa comune ebbe il titolo di Santa Lucia e Sant’Agata. Tutto il complesso passò nel primo Novecento alla famiglia Frizzoni ed è oggi sede del Comune cittadino.

Per la costruzione dell’Hospital Grande di San Marco fu scelta un’area poco lontana, ai margini della stessa località Prato dove annualmente aveva luogo la grande fiera di Sant’Alessandro. Rimase un legame fra l’Hospitale e i frati antoniani, nella cui chiesa veniva celebrata quotidianamente una messa per volontà degli amministratori del nuovo nosocomio.

Dell’ospedale di Sant’Antonio in Prato che, ripetiamo, sorgeva dove oggi è Palazzo Frizzoni, sono rimaste scarsissime notizie. Dell’Hospital Grande di San Marco, demolito negli anni Trenta del secolo scorso, rimane solo la chiesa dedicata a San Marco, più nota come Santa Rita, di fronte all’attuale palazzo delle Poste.

Ma una sottile relazione tra le due istituzioni continua ad esistere nella devozione a Sant’Antonio Abate, considerato grazie alla presenza iconografica del porcellino, protettore degli animali domestici. Il 17 gennaio di ogni anno un sacerdote sul sagrato della chiesa impartisce la benedizione agli animali accompagnati dai loro proprietari e anche ai mezzi a motore come sostitutivi degli animali da lavoro. E sulla piazzetta i bergamaschi possono gustare i biligocc, collane di castagne secche, e caldarroste, preparate per la festa di Sant’Antonio.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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