iscrizionenewslettergif
Storia

Bergamo scomparsa: la lebbra e gli ospedali del borgo

Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo
Bergamo scomparsa: la lebbra e gli ospedali del borgo
Chiesa di San Leonardo con annesso ospedale

Abbiamo visto nell’ultimo incontro che nel borgo San Leonardo c’erano quattro ospedali: “Cossa incredibille” scriveva il viaggiatore veneziano Marin Sanudo, evidentemente ammirato dell’alto numero di istituzioni assistenziali presenti in città.

Oltre al già citato ospedale di San Leonardo dei Crociferi ricordiamo l’ospedale trecentesco che ospitava “pazzi et fatui” presso il Consorzio dei disciplini di Santa Maria Maddalena, da noi già considerato in alcune puntate precedenti all’attuale 36d di via Sant’Alessandro.

Era inoltre nel borgo un orfanatrofio, probabilmente la sola istituzione che accogliesse l’infanzia abbandonata, visto che uno statuto trecentesco proibiva agli “orbi”, da intendersi come privi di genitori, di abitare, stare e muoversi nella città e nel suburbio “excepto in Broseta”. Il termine non designava allora la via attuale ma tutta una zona nei dintorni di Piazza Pontida.

Esterni alle muraine in località detta “ad brolum”, oggi più o meno identificabile con l’area del “Triangolo”, erano l’ospedale e la casa dei “miselli”, malati particolarmente meritevoli di compassione. Un documento del 1178 ne precisa la patologia. Erano “leprosi”, lebbrosi, confinati fuori dalla città per evitare il contagio, in un’area prativa e ai tempi poco popolata, delimitata dalla “strada di Osio”, attuale via Moroni, lungo la quale i malati potevano mendicare.

La studiosa Maria Teresa Brolis ha indagato attentamente la documentazione. Un lascito testamentario attesta che l’istituzione era già attiva nel 1174. Fondata probabilmente da un gruppo di laici, fu fin dalle origini sottoposta alla giurisdizione vescovile ed esentata dal pagamento del censo. I mezzi per il sostentamento, che nella fase insediativa erano costituiti esclusivamente da elemosine e lasciti testamentari, si accrebbero successivamente con le rendite di proprietà acquisite attraverso le donazioni e un’oculata attività amministrativa. Verso la fine del XII secolo fu costruita la chiesa “de misellis” poi dedicata a San Lazzaro, protettore dei malati incurabili.

Limitatamente ad alcune annualità conosciamo numero e identità dei malati: dodici nel 1253, solo quattro nel 1294, diminuzione che non sembra dovuta ad una regressione della malattia ma piuttosto ad un degrado dell’istituzione contemporaneo alla fase più cruenta delle lotte di fazione a Bergamo. I malati di entrambi i sessi giungevano non solo dalla città, ma anche dalle località del territorio, cosa che ci induce a supporre che il lebbrosario fosse l’unico esistente nel distretto o per lo meno l’unico istituzionalmente riconosciuto. Sono citati come località di provenienza Azzano, Lizzola, Cividate, Dossena, Castione, Gorno, Ardesio, Stezzano, Bracca con un prevalere delle zone montane ed in particolare del paese di Gorno. Alcuni cognomi ci permettono di ipotizzare l’appartenenza ad un ceto sociale elevato.

Ai lebbrosi era vietato attingere acqua alle fontane vicinali, anzi presumibilmente anche aggirarsi per la città. Una vertenza tra lebbrosario e vicinia ci fa sapere che i malati stessi avevano costruito un canaletto che conduceva l’acqua all’ospedale ed era prevista una multa per chi lo danneggiasse.

Gli “infirmi” erano alloggiati nell’edificio dell’ospedale, ma non vivevano “in comuni”, come essi stessi dichiararono nel 1292 durante una visita del Vicario vescovile. Erano personalmente coinvolti nella gestione patrimoniale facendo parte di diritto del capitolo dell’istituzione insieme ai “sani”, intendendosi per “sani” quelle persone, che pur esenti dalla malattia dedicavano la loro vita al servizio del lebbrosario e vivevano nella “domus”, la casa sempre citata nei documenti insieme all’ospedale. A questi ultimi Maria Teresa Brolis dedica particolare attenzione, sottolineando il fatto che alcuni di essi appartenevano al ceto dirigente cittadino. La studiosa segue gli eventi della vita di Lanfranco Antilde, appartenete a una famiglia prestigiosa in età comunale. Due volte console, collaboratore e gastaldo del vescovo, abbandonò nel 1187 la brillante carriera politica e vendette diverse terre di sua proprietà probabilmente per procurarsi una rendita che gli permettesse l’ingresso nella comunità ospedaliera, dove si trovava ancora nel 1198 aggregato al gruppo di “serventes infirmorum”, servitori dei malati.

La sua esperienza, condivisa e ripetuta da altri personaggi dai cognomi altisonanti, porta un bagliore di autentica carità evangelica in un mondo allora funestato da sanguinose lotte intestine.

Non è ancora stata studiata la documentazione relativa agli ultimi centocinquanta anni di attività dell’Ospedale, che restò in funzione fino alla metà del Quattrocento, momento del suo accorpamento all’Hospitale grande di San Marco.

Andreina Franco Loiri Locatelli

Leggi le altre puntate di Bergamo scomparsa.
Bergamo scomparsa: la bibliografia.

Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida

Piazza PontidaAbbiamo citato nelle due ultime puntate la descrizione di un viaggiatore veneziano del primo Cinquecento. ...

Bergamo scomparsa: la sanità prima dell’Hospital Grande

L'ospedale di Santa Maria Maggiore, oggi Casa AngeliniAbbiamo visto nell’ultimo incontro che tre degli ospedali esaminati erano destinati all’assistenza di individui affetti ...