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Storia

Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida

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Bergamo scomparsa: la nascita di Piazza Pontida
Piazza Pontida

Abbiamo citato nelle due ultime puntate la descrizione di un viaggiatore veneziano del primo Cinquecento. Non fu il solo a lasciarci un ritratto della nostra città attraverso affascinanti annotazioni di viaggio. Nel 1483 Marin Sanudo, anch’egli veneziano, così descriveva il borgo San Leonardo: “De la banda de Milan è il borgo bellissimo, tuto murado et quadro con fossi atorno di aqua del Serio e li passa per mexo, à quattro porte et ponti levadori con toresini et 4 spiciali, cossa incredibille con strade et case: adeo par cità”.

Sembrava al Sanudo una vera e propria città il borgo “bellissimo” delimitato verso il piano dalle muraine con le porte di Broseta, Osio, Colognola e Cologno, attraversato dall’antico “fossatum” comunale derivante le acque dal Serio e dotato, cosa incredibile, di ben quattro ospedali, che prenderemo in considerazione in una prossima puntata.

Densamente popolato, diviso nelle due vicinie di San Leonardo e di Sant’Alessandro in Colonna, si univa in in un’unica parrocchia, la più vasta della città. Al centro era il crocevia cui convergevano le strade provenienti dal colle e dalla pianura. Vi si affacciava l’antichissima chiesa di San Leonardo, sede del convento e dell’ospedale dei Crociferi. Lo spazio, articolatosi spontaneamente nel corso dei secoli, comprendeva la ”platea de’Incrosatis”, piazza dei Crociferi, in cui era la fonte vicinale già documentata nel Trecento, più avanti l’area che assunse nel Settecento il popolare appellativo di Piazza della legna, nonchè il raccordo, che univa la piazza alle attuali “cinque vie” ed era allora noto con il nome di Gallinazza, probabilmente perché sede del mercato del pollame.

Nodo stradale importante, era anche zona produttiva. “Nel borgo di San Lunardo si fa numero infinito di panni verdi et de altre sorti et serve Venetia, Roma et si puol dir tutta Italia” documentava a metà Cinquecento la relazione del rettore veneto Pizzamano. Sicuramente erano già presenti allora tre filatoi citati in una mappa secentesca, come appartenenti rispettivamente alle famiglie Facheris, Chiesa e Cavalieri. Numerosi lungo il “fossatum” ducentesco raseghe e mulini, alcuni dei quali, di proprietà comunale, furono rifatti nel 1499. Numerose negli spazi adiacenti le tintorie.

La grande piazza però era soprattutto centro commerciale e sede di mercati. “Somigliava – ci dice Elia Fornoni in uno studio del secolo scorso – più a un grande bazar che a una vera piazza.Le gronde delle case sporgevano enormemente dalla linea delle stesse, perché destinate a coprire quale tettoia i numerosi ballatoi in legno riservati alla mostra delle merci nei sottoposti negozi”. Strutture funzionali alla compravendita, ma non certo adeguate al decoro cittadino.

Era un periodo di grande rinnovo edilizio. Ricordiamo che nella seconda metà del Quattrocento la città godette di quasi cinquanta anni di pace dopo tante guerre. I bergamaschi ne approfittarono per ricostruire o rinnovare abitazioni e botteghe. Bergamo era tutta un cantiere.

Nel 1448 una delibera comunale prevedeva nell’attuale Piazza Pontida l’edificazione di “porticus seu volte” in pietra aperti al pubblico passaggio. I proprietari che ristrutturavano potevano chiedere l’autorizzazione a dotare di portici il tratto pertinente la loro proprietà.

La studiosa Colmuto Zanella ne ha esaminato attentamente la realizzazione. Le strutture più antiche, a suo giudizio, dovrebbero essere sul lato sud “tre pilastri a fascio tardogotici dai quali si dipartono volte a crociera, l’unico tratto voltato presente nella piazza”. Seguirono pochi anni dopo i portici presso la fontana sulla curva che porta all’attuale via Sant’Alessandro, poi, dietro richiesta del priore dei Crociferi, quelli sul lato est della piazza dalla chiesa alla Gallinazza. Tutti documentati dalle concessioni edilizie. Ma la pianificazione municipale non era ancor compiuta. Nel settembre 1487 una delibera ordinava di distruggere le logge vecchie ancora esistenti. Il Comune si assumeva l’obbligo di realizzare a sue spese i nuovi portici per cederli poi a modico prezzo ai proprietari che si impegnavano a selciare il tratto avanti la loro bottega.

Nel 1482 veniva inoltre porticata la facciata della chiesa di San Rocco costruita l’anno precedente in via Broseta. La concessione era motivata dalla necessità di un adeguamento al nuovo aspetto assunto dalla piazza vicina.Uno stretto andito parzialmente porticato la metteva in comunicazione con il retrostante ponte sul fossato ora interrato in via San Lazzaro e con il vicino grande opificio della famiglia Chiesa.

Pilastri e loggia, magari riedificati, condizionano ancor oggi l’aspetto dell’edificio alla convergenza delle attuali vie Moroni e San Bernardino. E’ documentata nel 1470 la concessione della loro costruzione al proprietario, tale Filippo da Caravaggio. Il sito era allora interessato da un ponte sul fossato comunale e da una porta torre.

Al di là del fossato all’imbocco dell’attuale via Zambonate erano i portici delle beccarie, macellerie, le cui concessioni edilizie sono documentate tra il 1496 e il 1508. Demoliti nel 1926 sono visibili in foto d’epoca e una targa circolare sull’angolo interno ne commemora la ricostruzione in forme nuove. Sul ponte stesso era una macelleria. Un vicolo adiacente porta ancora il nome dell’antica attività. Al decoro della grande piazza del borgo contribuiva nel 1548 l’edificazione di una fontana chiamata popolarmente la “Fiascona” a causa della forma inusitata. Sostituiva l’antica fontana vicinale.

I portici di Piazza Pontida costituiscono un’eccezione nella storia dell’urbanistica cittadina. L’episodica costruzione di facciate porticate, alcune scomparse, altre ristrutturate e ancora esistenti, non può certo compararsi alla grande operazione realizzata nella seconda metà del Quattrocento dalla collaborazione tra autorità comunale e proprietà privata. Se la contestualizziamo legandola alle vicende dell’epoca, la piazza ci offre un esempio di fiducia nella possibilità di superare congiunture socioeconomiche negative e di migliorare la qualità della vita.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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