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Politica

Perché l’Europa sembra essere un fallimento

Di Redazione17 febbraio 2017 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

Crisi di democrazia, rappresentanza e responsabilità. I governi non governano, comandano

Perché l’Europa sembra essere un fallimento
La bandiera dell'Unione europea

Pierre Moscovici, commissario europeo agli affari economici ed ex ministro francese delle finanze, in un intervento pubblicato sul quotidiano francese Libération il 28 settembre del 2015, affermava : “L’Europa si sgretola, rischia la rottura se non si fa nulla”. Si riferiva agli effetti negativi dell’ampliarsi dei nazionalismi rispetto alle diverse crisi di molti stati europei. Jan Marc Ferry, che ha condotto una lunga e approfondita analisi di una Costituzione europea come scintilla per la nascita di un nuovo “Stato Europeo”, denunzia l’esistenza di una crisi di governance economica conseguente a una “rivoluzione conservatrice” che spinge il progetto di unione politica verso il fallimento e le nazioni europee alla distruzione.

Queste le opinioni di un rappresentante autorevole dell’establishment europeo e di uno studioso di grande spessore. Quali sono dunque gli indicatori reali che ci fanno avvertire il senso di un fallimento che sembra già consumato e mal celato?

L’introduzione dell’euro ha costituito, per gli italiani e per altri cittadini europei, un proditorio e drastico dimezzamento del potere d’acquisto dei salari, il progressivo impoverimento della classe media e l’avvio verso la soglia di povertà di una buona parte della popolazione meno protetta. I governi che si sono alternati, quattro fino a quello in carica, tutti non eletti, si sono distinti per l’introduzione di norme che, giustificate da una sorta di volontà europea, hanno vessato i cittadini soprattutto sul piano fiscale: l’Italia è il paese con la fiscalità più elevata.

Le pseudo riforme che sono state introdotte – dalla riforma delle pensioni con relativo strascico degli esodati, alla riforma delle norme sul lavoro a quella della scuola -, ben lungi dall’aver apportato benefici tangibili e riconoscibili hanno, di fatto, acuito i problemi già gravosi di quella parte di popolazione ormai fortemente colpita dagli effetti della crisi.

La percentuale di giovani disoccupati o in cerca di prima occupazione è invariata, anzi aumentata fino a sfiorare la soglia del 40 per cento. Gli insegnanti non si riconoscono nella cosiddetta “buona scuola” e le centomila cattedre assegnate non hanno risolto né i problemi delle singole istituzioni scolastiche né quelli degli stessi nominati spostati in modo illogico da una regione all’altra; gli occupati non riescono a coprire con la loro contribuzione la vasta platea di pensionati che, a loro volta, stentano a vivere. Sul controllo e ottimizzazione della spesa pubblica, nonostante la nomina di commissari ad hoc, nulla di veramente efficace è stato fatto.

Giuseppe Petralia, capogruppo del Pdl in consiglio comunale a Bergamo

Giuseppe Petralia

Gli occupati che perdono il lavoro non riescono a reimpiegarsi e rimangono emarginati e poi esclusi. L’ingiustizia sociale è dilagante, una minoranza di ricchi diventa sempre più ricca, paga le tasse se vuole, nella quantità che vuole e dove gli conviene. Le banche sono le grandi protette dal sistema che con la foglia di fico della protezione dei risparmiatori sono costantemente salvate con denaro pubblico. I loro manager sono, però, liquidati con fior di milioni, così come quelli di grandi aziende pubbliche: le loro retribuzioni crescono con cifre a sei zeri, mentre contratti e salari sono bloccati ormai da tempi storici. Una grande platea d’italiani (cittadini?) non si cura perché non può pagarsi visite mediche, analisi e medicine. Il sistema fiscale progressivo vale, di fatto, per i salariati e i dipendenti, solo apparentemente per i redditi milionari. Spesso, pur sapendo d’avere ragione, si preferisce non ricorrere per non dover sopportare le lungaggini e l’arroganza di una burocrazia ottusa e i costi conseguenti: pagare il non dovuto è più economico e saggio.

Il senso d’insicurezza, la mancanza di speranza nel futuro, ha trasformato un popolo di gente generosa, empatica e disponibile, in una folla di arrabbiati, diffidenti e apparentemente razzisti.

Il problema dell’esodo di centinaia di migliaia di disperati che fuggono da guerre, fame, stupri, torture e disperazione, che per l’Italia e la Grecia si trasforma nel problema del salvataggio e dell’accoglienza, con i costi conseguenti, vede l’Europa occhiuta sulle questioni di bilancio e assolutamente miope sul problema dell’accoglienza, delle politiche mediterranee e delle frontiere esterne, con l’aggravante degli accordi e dei miliardi pagati alla Turchia del dittatore Erdogan: questo costituisce una compromissione con un regime totalitario e spesso causa un aumento dell’insicurezza e delle catastrofi umanitarie nel Mediterraneo.

Ogni italiano si chiede spesso in che cosa l’euro e l’Europa gli hanno portato un beneficio e non riesce a darsi una risposta; se cerca di capire assistendo con stoicismo alle innumerevoli trasmissioni d’intrattenimento politico, è confuso e disgustato dalla qualità del dibattito, se ricorre poi alle trasmissioni d’inchiesta e approfondimento il suo senso di frustrazione, di indignazione e di disperazione straripa.

Il ritornello è sempre lo stesso “è la crisi” oppure “è l’Europa che lo vuole”. Tutto questo vale anche per la Spagna e la Grecia e, ormai in modo evidente, anche per la Francia, nonostante si faccia finta di nulla. La crisi economico-finanziaria è solo la causa scatenante del malessere, dell’insicurezza, del decadimento civile, morale, sociale, politico, istituzionale e culturale. La causa vera risiede nella mancanza di una classe dirigente all’altezza, competente, libera da condizionamenti, capace e determinata nel governare i singoli Stati e l’Europa, capace di riportare al centro dell’attività di governo la politica, sottraendosi ai diktat della finanza globalizzata, dell’Euromarco, del pensiero unico tedesco che si ostina nel ritenere che per legare i Paesi mediterranei (Italia, Spagna e Grecia) all’Europa, basti tenersi stretta la Francia dando l’impressione di una conduzione franco-tedesca alla quale, ormai, non credono più neanche i francesi.

L’Europa e la Germania, che di essa si è fatta garante e padrona, hanno deliberatamente ignorato che proprio sul Mediterraneo si gioca la questione politico-militare e il futuro dell’Europa stessa. In questo clima d’incertezza e di insicurezza, populismi d’ogni genere imperversano e raccolgono la rabbia e il rancore contro la governance democratica. Si allarga la distanza tra elettori ed eletti e si evidenzia la crescente crisi della rappresentanza.

I cittadini lavoratori sono ormai sudditi consumatori. Le classi sociali si sono liquefatte in un’unica classe indistinta di consumatori. I due terzi della società sono nelle mani dell’un terzo ricco che accresce la sua ricchezza nonostante la crisi che colpisce solo i due terzi sottostanti. Nell’Europa globalizzata degli Stati concorrenti (il tradimento al documento di Ventotene e alle ispirazioni dei padri fondatori grida vendetta), il valore del lavoro è svalutato in modo che le imprese siano libere di spostare le produzioni dove la manodopera è più conveniente. I governi dunque non hanno più l’obbligo, attraverso le garanzie e i servizi offerti dal welfare, di garantire il mercato del lavoro in modo che l’incontro tra offerta e domanda (di lavoro) sia compatibile. Devono, invece, sostenere i consumi, il microcredito facile e le banche che lo erogano.

Si è quindi innescata una progressiva e inesorabile crisi di democrazia, di rappresentanza e di responsabilità. I governi non governano, comandano. I parlamentari talvolta mostrano incompetenza, quasi fosse la dimostrazione della loro estraneità e non contaminazione con la politica precedente.

Il sogno europeo è quindi fallito? Forse sì o forse no. Dipende dalla risolutezza e velocità con la quale i leaders europei sapranno far comprendere alla Germania che, se vuole esercitare veramente il ruolo di motore e di guida politica dell’Unione, deve saper comprendere, interpretare e rappresentare le istanze delle varie parti che la compongono in una sintesi accettabile e nella quale tutti si possano riconoscere. Il prossimo appuntamento per la celebrazione dei Patti di Roma potrebbe essere un’ottima opportunità di avvio.

Giuseppe Petralia

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