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Storia

Bergamo scomparsa: l’affresco (sparito) del Bramante

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Bergamo scomparsa: l’affresco (sparito) del Bramante
Ecco dove sorgeva il Palazzo del Podestà

“Li phylosophi coloriti nella fazzada sopra la piazza”. Sette monumentali figure di antichi sapienti, alte anche più di due metri, inquadrate in un’architettura fittizia che si sovrapponeva all’architettura reale dell’edificio che costeggia Piazza Vecchia, a Bergamo Alta. Sedevano classicamente abbigliati fra una finestra e l’altra e le finestre erano vere, ma si inserivano in una loggia dipinta corredata da pilastri e da un soffitto a cassettoni. Al di sopra, una finta balaustra di colonnine che aggettavano su uno scuro sfondo a fogliami.

L’opaca facciata della dimora podestarile si trasformava così in uno spazio aperto attraversato dalla luce e dall’aria e rendeva visibili le idee cui si ispirava l’agire del Podestà che aveva all’interno la sua sede e i suoi uffici. Idee di giustizia e saggezza di cui “li philosophi coloriti” erano un’allegorica figurazione.

Tale l’immagine che dovette apparire a Marcantonio Michiel, il già citato viaggiatore veneziano, quando si affacciò alla piazza arrivando da via Gombito, percorso quasi obbligato di ogni forestiero. E l’inganno dei sensi era perfetto, perché il punto di vista laterale della composizione geometrica era studiato proprio per essere osservato da chi arrivava da tale direzione. Così pure la visione da sotto in su.

Nel suo manoscritto “Notizie d’opere di disegno” il Michiel, cultore raffinato e collezionista d’arte, indicava anche il nome dell’autore di quell’opera pittorica inconsueta: Bramante. Prima di lui un altro viaggiatore veneziano, Marin Sanudo, passato da Bergamo nel 1483, aveva indicato i nomi dei committenti: il podestà Sebastiano Badoer e il capitano Zuan Moro. Sulla base di tali informazioni, le più antiche tra quelle pervenuteci, i critici hanno ipotizzato la data di esecuzione.

Nel 1477 Donato Bramante era a Bergamo, probabilmente proveniente da Urbino dove aveva collaborato alla decorazione del palazzo dei Montefeltro magari proprio in quegli ambienti in cui si stavano realizzando ad affresco le figure degli uomini famosi dell’antichità. Nella nostra città il grande architetto-pittore, trentunenne, volle raffigurare lo stesso tema, ma a livello urbanistico. Era in Italia il primo esempio di illusionismo prospettico in uno spazio esterno nonchè una testimonianza che il moderno linguaggio umanistico aveva raggiunto anche Bergamo.

Il soggiorno dovette essere di breve durata e Bramante si avvalse sicuramente dell’opera di molti collaboratori, come pare attestare il notevole divario qualitativo tra le diverse parti dell’affresco. Ma i critici sono concordi nell’attribuire a Bramante il ruolo centrale di ideatore e coordinatore dell’opera, probabilmente in sintonia con il podestà Sebastiano Badoer, umanista e giurista di riconosciuto valore. A quest’ultimo si attribusce la scelta delle citazioni che accompagnano le singole figure.

Il corpo di fabbrica di cui stiamo parlando risulta attualmente contrassegnato dai civici 6-7-8-11-12-13 di Piazza Vecchia ed oggi è privo di decorazioni pittoriche. Dove è finito il grandioso affresco?

Purtroppo già nel Cinquecento la facciata subì una serie di alterazioni con l’apertura di nuove porte e finestre. Le pitture bramantesche ridotte in frammenti furono ricoperte da affreschi di pittori locali. L’insieme degli edifici non fu acquisito dal governo veneziano, che lo ebbe sempre in locazione. Rimase nei tempi proprietà di famiglie bergamasche, soggetto a compravendite e divisioni ereditarie. Forse in tale fattore va ricercata la scarsa tutela dal grande dipinto.

Nel 1927 il comune di Bergamo, con l’assessorato di Ciro Caversazzi, in accordo con la Sovrintendenza milanese fece effettuare degli assaggi e quindi lo scrostamento di tutto il prospetto verso la piazza ritrovando due figure quasi intere e diversi frammenti. Strappati e restaurati ad opera di Mauro Pellicioli, attualmente sono conservati nel salone delle Capriate nel Palazzo della Ragione in Piazza vecchia. Si tratta di dodici frammenti riportati su tela.

Interamente visibile la figura del filosofo Epimenide (295×340 cm) sacerdote del culto di Apollo e maestro di occulta sapienza, che regge con la mano destra un libro aperto . La debole esecuzione e la malcerta interpretazione prospettica portano ad ipotizzare l’identità dell’autore in un collaboratore del pittore-architetto.

La seconda figura consevata nella sua interezza è quella del filosofo Chilone (353×258 cm), colto nell’atto di presentare al riguardante un libro appoggiato al ginocchio.La resa prospettica dell’architettura conferisce all’immagine un senso di notevole monumentalità. Il cartiglio sopra la testa recita “Jupiter alta humilitat et humilia exaltat”.

“La forza del pittore è nel volto imperioso ed insieme profetico, in cui gli occhi grandi e sbarrati si affissano in pensieri ultraterreni. Qui è Bramante”, scriveva il critico Salmi nel 1932, confermandone l’autografia.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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