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Editoriali Politica

Gentiloni e il governo “ostaggio” di Renzi (e Verdini)

Di Redazione14 Dicembre 2016 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

L'ex premier è il convitato di pietra, capace di condizionare le scelte dell'esecutivo, anche sulla legge elettorale

Gentiloni e il governo “ostaggio” di Renzi (e Verdini)
Matteo Renzi e Denis Verdini

Sono due gli ostacoli che il nuovo governo di Gentiloni dovrà affrontare presto sul suo cammino. L’elaborazione di una nuova legge elettorale condivisa che porti il paese al voto e l’influenza dell’ex premier Matteo Renzi sul nuovo esecutivo.

Il primo punto, dicevamo, é la legge elettorale. Il 24 gennaio prossimo la Corte costituzionale si esprimerà sull’Italicum. Solo dopo il pronunciamento si potranno fare ipotesi su un nuovo testo. Diversi partiti stanno già pensando alla reintroduzione del proporzionale. Metodo che ben si sposa con le esigenze di rappresentanza del variegato mondo politico. Ma ancor meglio con il tentativo di bloccare l’ascesa del Movimento 5 stelle, dato per vincitore (con tanto di premio di maggioranza) con il maggioritario alle prossime elezioni.

Non solo. Sul proporzionale, Gentiloni potrebbe trovare l’ostilità dell’ex premier. Pare che a Renzi l’idea di un ritorno al metodo da Prima Repubblica non piaccia per nulla. Lui, il “rottamatore” dei vecchi politici, non può certo sopportare che le alchimie pentapartitocratiche tornino a governare (salvo servirsene quando ha fatto comodo).

Renzi si è sempre proposto come l’uomo del cambiamento, capace di assurgere, da solo, al ruolo guida perso dai partiti. E’ evidente che il proporzionale mini alle fondamenta l’immagine che egli stesso ha voluto costruire, talvolta esagerando artatamente nelle connotazioni: quella dell’uomo solo al comando, nel bene (l’ascesa) e nel male (la caduta).

La scena del presidente del consiglio uscente che dimentica di consegnare la campanella di Palazzo Chigi al successore è emblematica. Il lapsus rivela alcuni aspetti interessanti. Primo: Renzi crede ancora, in cuor suo, di essere il premier in pectore. Ne è talmente convinto che vorrebbe andare al voto subito, per capitalizzare quel 40 per cento che ha detto sì al referendum. Secondo: Renzi di fatto è ancora al governo, pur sotto mentite spoglie. Non a caso, il potente sottosegretariato alla presidenza del Consiglio è andato alla sua donna di fiducia, Maria Elena Boschi. Il nuovo esecutivo, poi, è emanazione diretta del precedente: stessi ministri, qualcuno in più per accontentare le correnti, qualche giro di valzer sulle poltrone.

Nel nuovo esecutivo Renzi è “ben rappresentato”. Dentro il Pd fa il bello e il cattivo tempo, visto che toccherà a lui decidere le candidature dei parlamentari (e c’è da scommettere che chi gli ha votato contro rischi la poltrona). Infine in parlamento può sempre contare sull’amico del cuore toscano: Denis Verdini.

Le prime mosse di Ala d’altronde sono state chiare. Niente appoggio incondizionato al governo. Tradotto: se qualcosa non ci aggrada lo facciamo cadere, a meno che non scucia una raffica di viceministri e sottosegretari targati Ala.

Renzi dunque, è tutt’altro che fuori gioco. E’ più defilato, ma altrettanto pericoloso (citofonare Letta). E’ il convitato di pietra: fantasma nascosto nelle sculture marmoree di Palazzo Chigi capace, pur dal sepolcro del referendum, di condizionare le sorti del governo.

In questa condizione Gentiloni, verosimilmente, avrà ben pochi margini di manovra nei prossimi mesi. Sarà costretto a seguire le indicazioni di Matteo e Denis, visto che in Senato la maggioranza è così risicata da finire sotto alla prima influenza. E non potrà nemmeno chiedere appoggio a Forza Italia, perché gli azzurri difficilmente si renderanno corresponsabili di questa situazione politica ed economica.

Lo sa bene lo stesso Gentiloni, che nel suo primo passaggio alle Camere è stato più realista del re. Il governo dura finché è sostenuto dalla maggioranza in parlamento, ha detto. Nel non detto, invece, si leggeva chiaro: il governo dura finché vuole Matteo.

Wainer Preda

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