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Storia

Bergamo scomparsa: la chiesa di San Bernardino a Lallio

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Bergamo scomparsa: la chiesa di San Bernardino a Lallio
La chiesa di San Bernardino a Lallio, in provincia di Bergamo

Il Santo senese, morto nel 1444 e canonizzato nel 1450, continuò ad essere figura particolarmente presente nella devozione bergamasca. Significativa l’usanza allora molto diffusa di imporre ai neonati il suo nome.

Alcune chiese mutarono dedicazione e furono a lui intitolate, altre furono costruite di bel nuovo con la sua titolazione. Interessante il fatto che molte di esse erano adibite a sedi di confratenite disciplinate. Il Santo in gioventù era stato lui stesso un disciplino presso l’Ospedale di Santa Maria di Siena dove assisteva i malati della peste che nel 1400 imperversava in città.

Abbiamo già citato negli incontri precedenti la chiesa di San Bernardino in Pignolo e quella di San Bernardino in Borgo San Leonardo entrambe a Bergamo nonché quella di San Bernardino a Clusone, tutte e tre di devozione disciplinata.

Nel territorio ne esistono molte altre dedicate al Santo, ma la più antica, la prima ad essere costruita dopo la sua morte fu quella di San Bernardino a Lallio. Era già in costruzione, ma “nondum completa” quando il 3 maggio 1451,a un anno di distanza dalla canonizzazione, Eustacchio Licini detto il Cacciaguerra, deciso a prendere i voti nel convento dell’Osservanza di Santa Maria delle Grazie, fece testamento destinando parte delle sue sostanze al completamento dell’edificio.

Il lascito prevedeva anche la manutenzione perpetua e l’abbellimento della chiesa, l’acquisto delle suppellettili liturgiche e l’edificazione di fabbricati di servizio. A tali attività erano destinate le decime sugli oltre cinquanta terreni di proprietà Licini nella zona di Lallio. Il fondo veniva amministrato da tre sindaci nominati dalla comunità del paese. A giudizio degli studiosi, proprio la lungimiranza delle disposizioni testamentarie spiega l’opera continuativa di decorazione attuata nell’edificio tra la metà del Quattrocento e il primo Seicento.

L’interno presenta un’unica navata con una cappella su ogni lato. Grandi archi a sesto acuto la dividono in tre campate. Nella prima campata una sequenza su tre registri racconta le storie di Maria, articolate in diciotto riquadri ognuno dei quali è accompagnato da una didascalia semplice e chiara, evidentemente elaborata per essere intesa anche da fruitori dalle possibilità culturali limitate. Le fonti sono soprattutto i Vangeli apocrifi e il leggendario cristiano.

Il racconto si snoda con vivacità e freschezza traducendo anche gli eventi miracolosi nei termini di una religiosità quotidiana ed accostante. L’efficacia dei gesti, la dinamicità dei dialoghi, l’intensità delle espressioni e dei movimenti, l’attenzione alla sfera degli affetti domestici sollecitano fortemente la partecipazione emotiva del riguardante, la sua identificazione con i personaggi sacri.

Non conosciamo il nome dell’autore. Durante un restauro furono ritrovate le lettere T. L. e la data 1619, poi scomparsa. La studiosa Maria Elena Nardari ipotizza la presenza di più mani e un lavoro anche successivo alla data indicata.

La struttura architettonica delle due cappelle laterali si allarga verso l’interno della chiesa suscitando un particolare coinvolgimento del riguardante. Dedicate a Santa Caterina d’Alessandria e a San Rocco esse sono state realizzate nel 1532 e affrescate nello stesso anno da Girolamo Colleoni, originario di Calusco d’Adda, pittore dotato di una certa autonomia di linguaggio, anche se aperto ad influenze diverse.

Nella terza campata le storie di San Bernardino sono concordemente riconosciute come opere di Cristoforo Baschenis il Vecchio appartenente ad una famiglia di pittori originari della Valbrembana. Lo stile e l’iconografia ripetono i caratteri di un’arte attardata,forse ingenua, come dice la studiosa Giuliana Speziali, ma pur sempre godibile per la vivacità del colore, la cura del dettaglio, la capacità di suscitare la commozione dei fedeli.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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