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Storia

Bergamo scomparsa: accadde al Castello di Malpaga

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Bergamo scomparsa: accadde al Castello di Malpaga
Il castello di Malpaga

Nel castello di Malpaga, da noi descritto negli incontri precedenti, il Colleoni dovette trascorrere negli ultimi venti anni della sua esistenza i momenti liberi dalle attività belliche. Dedito agli impegni di rappresentanza, ma anche alla vita di famiglia. Non aveva eredi maschi. Aveva ben otto figlie, una legittima, le altre naturali, che vissero tutte nella casa paterna prima a Martinengo, poi a Malpaga.

Ursina, Caterina, Isotta, Medea, Cassandra, Polissena, Riccadonna e Dorotina. Le prime tre sposarono membri della ricca famiglia bresciana dei Martinengo. I figli della primogenita Ursina, coniugata a Gherardo Martinengo, aggiunsero al loro cognome quello del Colleoni e furono i maggiori beneficiari delle sue fortune. Ereditarono anche il castello di Malpaga e nei primi anni del Cinquecento vollero ricordare negli ambienti al pianterreno gli episodi salienti della vita del nonno.

I dipinti sono stati attribuiti in un primo tempo al Romanino, poi al Fogolino, meno dotato ma comunque abile frescante attivo anche al castello del Buon Consiglio di Trento. Sotto il porticato del cortile interno essi raffigurano le imprese belliche del condottiero. Sul lato nord la già citata difesa di Bergamo del 1437 con la rappresentazione della città così come doveva apparire prima della costruzione delle mura venete.

Ma gli affreschi sicuramente più interessanti e ancora in buono stato di conservazione si trovano nel salone al piano terra, quello che doveva essere allora il salone di ricevimento del signore di Malpaga. Databili ai primi anni del Cinquecento, raffigurano il soggiorno del re Cristiano di Danimarca, ospitato dal Colleoni nel 1474 durante il viaggio di ritorno da un pellegrinaggio a Roma.

La fama del condottiero doveva essere giunta fino in terra danese. Scrive Pietro Spino, biografo cinquecentesco del Colleoni, che l’evento ebbe luogo “con meraviglia di quel Re grandissima”, per “tanto di magnificenza et splendore et copia di tutte le cose elettissime”.

All’ingresso principale del castello, il Colleoni vestito dell’armatura solenne, solo il berretto sul capo, accoglie l’illustre ospite fra grandi spiegamenti di vessilli. Intorno i soldati di entrambi gli schieramenti, puntualmente raffigurati nelle loro uniformi militari. Sul lato sinistro un paggio di colore, presente anche in quasi tutte le scene successive.

Nel banchetto che segue il Re è ritratto a capotavola. Accanto a lui lo scalco con il panno bianco sulla spalla sinistra è pronto a trinciare la cacciagione e a servire i piatti al sovrano straniero. In un angolo l’assaggiatore, presenza indispensabile nei banchetti del tempo ad evitare rischi di avvelenamento. Il Colleoni è presentato di spalle, a notevole distanza dall’ospite regale in segno di deferenza. Le donne sono sicuramente le sue figlie. Una di loro tiene in braccio un bambino. Forse uno dei fratelli Martinengo Colleoni, futuri committenti dell’affresco.

Splendido di stendardi, gualdrappe, armi ed abbigliamenti variopinti il torneo, cui le donne assistono dalla loggia del castello. Racconta lo Spino che un “Daco”, danese, uomo di “mostruosa grandezza” non trovava nessuno che riuscisse a vincerlo e neppure più a sfidarlo. Fu un carbonaio “di persona ben soda e quadrata…avvezzo a lottare con i suoi pari” a proporsi nascostamente al Colleoni, che “fattolo spogliare e rivestire nobilmente” lo mandò in campo.

Il carbonaio combattè fin che il “Daco” non fu “steso in terra…con applausi di tutti gli astanti”. E gli applausi raddoppiarono quando il Colleoni svelò l’identità del suo campione facendo portare sul campo i suoi “vili drappi”.

Seguono le scene della premiazione dei vincitori, della caccia con il falcone, della partenza del sovrano venuto d’Oltralpe, al quale il Colleoni faceva omaggio di “una delle sue armature di fino e prezioso lavoro”, dono d’addio e ricordo di una munifica ospitalità.

Andreina Franco Loiri Locatelli

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