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Parola all'avvocato

Prestazioni gratis: ecco quando il fisco vi può chiedere dazio

Di Redazione20 Giugno 2016 Decrease Font Size Increase Font Size Dimensione testo Stampa questo articolo

L'avvocato Vincenzo Fusco spiega in quali casi l'Erario può contestare le "cortesie" professionali gratuite ad amici o parenti

Prestazioni gratis: ecco quando il fisco vi può chiedere dazio
Soldi

Gentile avvocato, svolgo l’attività di libero professionista e ogni tanto mi capita di rendere le mie prestazioni professionali gratuitamente a parenti o amici. Le chiedo se tale situazione possa legittimare da parte dell’Erario l’esistenza di redditi non dichiarati e se, nel caso, il contribuente si possa difendere dall’eventuale contestazione.

Caro lettore,
non è infrequente che, nell’abito dell’attività professionale si rendano prestazioni gratuite, ad esempio per rapporti di amicizia, parentela, o anche come forma di pubblicità o di semplice convenienza con la clientela (l’ipotesi tipica è quella della prestazione resa in favore dell’amministratore di una società ormai cliente stabile dello studio).

È verosimile quindi che, in particolari casi, in ragione dei rapporti che lo legano al cliente, il professionista non richieda il pagamento del proprio onorario (e, quindi, non riceva denaro), omettendo di conseguenza gli adempimenti fiscali, quali la fatturazione, la registrazione e la dichiarazione.
Tale situazione è da tempo sotto la lente di ingrandimento del Fisco che – ricostruendo l’attività professionale attraverso i documenti emessi/sottoscritti dal professionista (a seconda dell’attività svolta può trattarsi di dichiarazioni, cause difese, rogiti, ricette, perizie, ecc.) ed incrociando i dati emersi dall’indagine con quelli dichiarati ai fini reddituali – ha in alcuni casi contestato l’esistenza di redditi di lavoro autonomo non dichiarati, con conseguente ripresa a tassazione.

Il ragionamento di fondo dell’Agenzia delle Entrate è che lavorare gratis rappresenta un comportamento antieconomico, quindi irragionevole; secondo il fisco, pertanto, dietro tali prestazioni gratuite non può che nascondersi un intento di evasione fiscale. In ogni caso, secondo l’Agenzia, il professionista che decide di eseguire un’attività gratuitamente dovrebbe comunque emettere fattura, anche se rinuncia a incassare il compenso, pagando di fatto le tasse su un reddito mai percepito.

Fermo restando che il fenomeno andrebbe valutato caso per caso, è opportuno – evitando inutili allarmismi – esaminare il dato normativo e le sentenze tributarie che si sono pronunciate sull’argomento.

Vincenzo Fusco

Vincenzo Fusco

Innanzitutto, secondo le norme che disciplinano le imposte sui redditi (art. 54 d.p.r. n. 917/1986) concorrono alla determinazione del reddito di lavoro autonomo i compensi “in denaro o in natura percepiti”; è evidente, quindi, l’irrilevanza delle prestazioni per le quali non sono pattuiti corrispettivi. Inoltre, il reddito dei professionisti segue il criterio di imputazione “per cassa”: quindi, finché il compenso non viene materialmente incassato, la fattura non va emessa. Anche ai fini iva le prestazioni gratuite dei professionisti non sono tassate, posto che la legge (art. 3, co. 3, d.p.r. n. 633/1972) prevede la rilevanza solo delle prestazioni di valore superiore a 50 euro rese per finalità estranee all’esercizio dell’impresa.

E la magistratura tributaria cosa ne pensa? Passando in rassegna le varie sentenze che hanno esaminato la tematica, sembra si stia consolidando l’indirizzo secondo cui, entro certi limiti, la gratuità delle prestazioni può essere considerata verosimile – con conseguente rigetto della pretesa erariale – se l’attività professionale è rivolta nei confronti di stretti congiunti.

Diverso sarebbe invece il caso in cui la prestazione gratuita sia resa nei confronti di soggetti non legati da alcun vincolo, nel qual caso l’assenza di compenso è considerato come comportamento manifestamente antieconomico, celando di fatto un fenomeno evasivo, allo scopo di sottrarre a tassazione il compenso ricevuto “in nero”.

Ovviamente, non è possibile basarsi esclusivamente su semplici automatismi, ricordando, in ottica difensiva, che non si può obbligare il professionista a chiedere necessariamente un compenso, essendo rimessa sempre alla sua volontà la decisione di chiedere o meno un compenso e l’entità dello stesso.
Per ovviare al problema, qualcuno ha pensato bene di emettere fatture con importi di bassissima entità, quasi simbolica, ma tale comportamento non mette al riparo da contestazioni, anzi secondo la Cassazione andrebbe letto come sintomo evidente di antieconomicità.

A livello strategico, oltre a ricordare (come sopra menzionato) la presenza di norme tributarie che riconoscono la possibilità di rendere prestazioni gratuite, è invece opportuno dare prova, documenti alla mano, della correttezza e regolarità delle scritture contabili ed evidenziare, se del caso, la congruità e coerenza dei ricavi/compensi rispetto a quelli rilevabili dello studio di settore applicabile all’attività professionale svolta. Potrebbe inoltre costituire valido strumento di difesa quello di segnalare e far leva sulle diverse pronunce dei giudici tributari che hanno considerato fiscalmente legittima la gratuità dell’attività professionale.

Infine, in ottica preventiva, allo scopo di scongiurare (o quantomeno limitare) possibili contestazioni erariali, è consigliabile predisporre una lettera di incarico professionale nella quale si dia evidenza che non verrà richiesto alcun compenso per l’attività svolta.

Vincenzo Fusco

L’avvocato Vincenzo Fusco si occupa prevalentemente di diritto tributario. Fa parte del direttivo di Aiga (Associazione italiana giovani avvocati) di Bergamo.

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